Ufficiali le dimissioni del Premier

9 novembre 2011 1 commento

Dal nostro inviato

ROMA – Salirà oggi al Quirinale il Presidente del Consiglio per rimettere definitivamente il proprio mandato nelle mani del Capo dello Stato. L’incontro avviene al termine di una settimana interminabile, caratterizzata dagli accesi dibattimenti sia a Montecitorio sia a Bruxelles, luogo in cui hanno trovato conferma le perplessità dell’Europa nei confronti della situazione politica ed economica italiana.
Cala il sipario, quindi, su un uomo che per quasi due decenni è stato al centro non solo della scena politica, ma che ha avuto modo di influenzare la cultura popolare fino ad entrare a far parte della quotidianità di ognuno di noi.
Un uomo controverso, che fin da subito ha spaccato l’opinione pubblica e che oggi vede, per la prima volta da quando è al potere, quei consensi che finora avevano resistito agli attacchi politici, ai guai giudiziari e alle perplessità internazionali, polverizzarsi di colpo di fronte all’ormai incontestabile agonia in cui versa il nostro Paese.
Si dimetterà questa sera, quindi, e pare abbia rinunciato ad una nuova candidatura confidando che il suo successore, chiunque egli sia, non avrà problemi a conquistare la maggioranza degli Italiani in tempo per la prossima chiamata alle urne.
Nel frattempo è partito il corteo di manifestanti con a capo le forze d’opposizione e le organizzazioni sindacali che presumibilmente si dirigerà al Colle, dove è già stato approntato un servizio d’ordine volto a monitorare l’ormai abituale lancio delle monete che, come fu per Craxi e Berlusconi, sarà riservato anche stavolta al Premier dimissionario; l’iniziativa è comunque a rischio poiché il corteo sembra essere partito di nuovo in forte ritardo.

Seguiranno aggiornamenti.

Roma, 10\11\2031

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Sogno o son desto? Sogno.

6 novembre 2011 Lascia un commento

Quando a muoverti è un sentimento indecifrabile scatenato da un avvenimento indecifrabile con una spiegazione intrinsecamente criptica, o hai esagerato con gli acidi o il tuo subconscio ha trovato più risposte in una sola notte che in tutta la tua banalissima vita. L’attività onirica è incomprensibile, ma non è casuale. Non sono fra quelli che credono che in un sogno si trovino le risposte alle grandi domande che assediano il vivere quotidiano, ma semmai ci fosse da cercare uno stimolo, una strada ben illuminata, un tentativo di fare chiarezza, è proprio lì che devi muoverti. Oggi la verità si nasconde con le parole – come ricordava qualcuno – tutto quello che desideriamo confluisce, si volgarizza. Nel 2011 non è più concesso volere ardentemente una cosa, non è più concesso neanche scrivere “ardentemente”, ho dovuto ignorare il correttore di word per inserirlo. Allinearsi fa figo. Dire la propria va bene, ma entro certi limiti. Ci siamo tutti dentro, d’altronde noi l’abbiamo voluta e non meravigliamoci se per scorgere uno spiraglio di luce dobbiamo attendere la fase rem.

È un passato lontano, viene da dire il Far West se solo l’immaginazione del cittadino medio riuscisse ad andare oltre i film di Sergio Leone quando lo si pronuncia. Un capofamiglia è esposto alla pubblica gogna per il suo modo brutale di approcciarsi a moglie e figli, la sua violenza, la sua spiccata tendenza a cercare di scoparsi tutto ciò che si muove e non ha particolari pretese. La gente intorno è indignata, rumoreggia. Ma lui, il pater familias, rimane solido sulle sue posizioni. Ha tutto il diritto di picchiare la moglie e la figlia, ha tutto il diritto di soddisfare le più peccaminose voglie sessuali. Lui porta a casa il pane, e non è poco. C’è però la satira, che ci piaccia o no, ci si creda o no, anche il West aveva la satira. È magari meno organizzata e più populista ma a me fa sorridere mentre da esterno osservo la scena con curiosità. Un uomo seminudo sbuca da un camminamento con delle finte curve e un vistoso triangolo di peli pubici attaccati alla sua vera (per quanto minuta) sessualità. Corre su e giù per il suolo ligneo fingendo un’immensa paura per la reazione dell’accusato. Provoca l’ilarità della folla che capisce l’antifona. Si aggiunge un altro comico, stavolta senza alcun travestimento, mosso solo dalla forza delle parole che evidenziano la disumanità del soggetto in questione. Poi un ragazzino. È enorme, il grasso in esubero non sa più dove spuntare, eppure anche lui fa un verso canzonatorio, anche lui rivendica e soddisfa il suo diritto a schernire chicchessia. Ma il  capofamiglia è coriaceo e rivendica le sue ragioni con un‘energia che ha solo chi è estremamente convinto di non avere torto. Svelto rincorre l’uomo con l’esilarante travestimento e lo riempie di calci. Con una prestanza crescente raggiunge il secondo “comico”, lo afferra cingendogli il volto fra l’avambraccio e la spalla, lo trascina su una roccia da cui si butta facendo attenzione ad atterrare con  tutto il peso del corpo sul malcapitato buontempone. Il ragazzino ciccione è il più facile da raggiungere con quella sua corsa che, più che allontanarlo dal luogo dell’offesa, provoca uno sfregamento di carne che neanche dal kebabbaro alle 9 di sera. Gli morde una gamba, con forza, decisione, sicurezza, strappandone il roseo tessuto e procurando una veloce fuoriuscita di sangue dall’arto adiposo. Poi lascia ai cani il compito di testarne il ripieno. Il ragazzino cerca di correre, è terrorizzato. Sono io quel ragazzino e mi rendo conto dopo pochi passi che chi mi insegue è nettamente più veloce. E infatti mi raggiunge, mi piomba addosso facendomi cadere con la schiena a terra. Non sono cani però. È una donna, ma è mastodontica. Alta, robusta, un seno enorme. Mi sovrasta e mi prende a pugni. Uno, due, tre cazzotti in pieno viso che immediatamente mi fanno sanguinare il naso. Poi mi fissa, lo sguardo intenso di chi parla per necessità vera: «Qualsiasi cosa succeda, tu devi stare zitto» esclama con occhi fissi «qualunque sia il problema, tu non devi parlare, non devi chiedere aiuto, soffri in silenzio» conclude poi, lasciandomi sanguinante al suolo. Mi rialzo a fatica ma mi sento mancare. Non è il dolore, è la sensazione del sangue che fuoriesce a risucchiarmi energie. Barcollo verso un bar in riva al mare. Le persone sedute e il proprietario mi fissano preoccupati, si accorgono del sangue:  «Stai bene? Ti serve una mano?» domandano, chissà se realmente preoccupati per un estraneo col naso ridotto a un colabrodo. Io faccio segno con una mano che è tutto ok e mi dirigo verso la riva ormai prossimo allo svenimento, nella speranza che l’acqua possa ridestarmi. Mi lascio cadere nel mare che in realtà assomiglia più ad un fiumiciattolo. E il caldo è l’ultima sensazione prima delle 8 di mattina, quando tutto torna chiaro. Apparentemente chiaro.

Credo, in ogni caso, che smetterò definitivamente di leggere i racconti di Edgar Allan Poe.

Categorie:Divagazioni, Fantasia

This must be the place

22 ottobre 2011 Lascia un commento

«Qualcosa mi ha disturbato. Non so esattamente cosa, ma qualcosa mi ha disturbato».

Anticipavano tutti che fosse un azzardo e che vantasse una grande interpretazione di Sean Penn. Fin qui forse ci siamo, ma credo che giustificare l’inutilità di fondo del film con questi due fattori sia sbagliato. Prima di tutto, qui non siamo di fronte ad un’opera immatura, ma siamo di fronte ad un eccesso che come tutti gli eccessi finisce per specchiarsi troppo e crogiolarsi nei clementi sorrisi del pubblico. Non che la storia pecchi di originalità, ma per quanto Cheyenne, cinquantenne rock star in declino che si mette alla ricerca dell’aguzzino nazista del padre, rappresenti il disincanto dell’eterna giovinezza che si scopre irrealizzabile, risulta estremamente difficile continuare a muoversi fra un non-sense che pare non portare da nessuna parte, fra dialoghi inverosimili, stretti rapporti d’amicizia nati con quattro parole e discorsi sul significato della vita intrapresi con sconosciuti al tavolo di un pub.

Così come mi aveva deluso il finale de L’amico di famiglia che prima costruisce una delle intelaiature più importanti nei film italiani dell’ultimo decennio e poi si perde per cercare di dare ai personaggi delle caratteristiche che non esistono nella realtà, allo stesso modo e forse senza nessun effetto sorpresa delude This must be the place che può senz’altro vantare una certa coerenza visto che, almeno, non abbandona mai registro. La vacuità di ogni cosa, che trova rifugio in ogni personaggio e in particolare nella figura di Cheyenne, riceve una tenace conferma nel monologo finale del novantenne che spiega al protagonista come l’odio del padre nei suoi confronti sia scaturito da uno stupido battibecco conclusosi con una brutta figura di quest’ultimo che «si è fatto la pipì sotto davanti a tutti». Fra milioni di morti, lavori forzati, malattie e denutrizione quello che contava per lui non era altro che l’umiliazione, lo scoprirsi deboli e impauriti davanti agli altri, anche se gli altri, come te, sono in prossimità di una morte certa. È probabilmente questo il senso, forte ma non immediato. Nessuno sembra disposto ad accettare la propria natura, così restano tutti bambini con licenza di essere ingenui, di truccarsi sperando che tutto quel cerone non vada mai via.

L’olocausto è in fondo solo un pretesto per dare più forza al racconto, quasi come lo era la chiesa in Habemus papam di Moretti. Ma nel film del regista romano l’occhio sulla debolezza umana era accanito, efficace e soprattutto si risolveva in un’inevitabile accettazione: «Io non ce la faccio, non sono la persona adatta». Nella pellicola di Sorrentino non c’è tutto questo. La punizione, se così si può chiamare, è suggerita e inflitta da personaggi immaturi che non crescono neanche in un finale che li vede per la prima volta privi di trucco. L’unico messo metaforicamente e letteralmente a nudo è l’aguzzino nazista ormai alle soglie della fine, in una pena che più di contrappasso sa di catarsi. Sembra pagare lui per tutti.

Una visione nel complesso scorrevole, per la bravura degli attori tutti e perché sai che ogni dismisura è voluta e studiata, ma il parallelismo fra le frequenti sensazioni del protagonista e quelle di una buona fetta di pubblico durante la proiezione è un buon motivo per giudicare il film non propriamente riuscito: «Qualcosa mi ha disturbato. Non so esattamente cosa, ma qualcosa mi ha disturbato».

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Lo sciopero dei calciatori

26 agosto 2011 Lascia un commento

La questione dei soldi è la questione centrale in tutta questa faccenda.
Il calciatore è un privilegiato perché prende vagonate di soldi per tirare due calci ad un pallone e a chi fa sacrifici per arrivare a fine mese non resta che incazzarsi con loro, ma io penso che il calciatore sia un onesto lavoratore che come tutti paga le tasse e come tutti vuole pagarne sempre meno. Io penso che se incamera tutto quel denaro vuol dire che c’è qualcuno che acconsente a pagarglielo. Io penso che se chiunque di noi si trovasse davanti un contratto a nove zeri lo firmerebbe senza pensare molto all’aspetto immorale della faccenda.
E a questo penso ai datori di lavoro, a quelli che pur di assicurarsi le prestazioni sportive di un calciatore sono disposti a pagare gli stipendi a cui siamo abituati. Forse è colpa loro se oggi un calciatore medio guadagna un milione di euro in un anno. Forse dovremmo prendercela con loro, invece che con il calciatore.
Ma poi penso che alla fine il presidente quei soldi li investe per farne degli altri e ciò vuol dire che in qualche modo quell’investimento, nonostante le cifre, conviene. Perciò penso che se Eto’o va a giocare in Russia per 20,5 milioni di euro l’anno, vuol dire che i russi che vanno a vederlo giocare ne rendono quantomeno il doppio. Penso ai migliaia di tifosi degli stadi di tutto il mondo che comprano migliaia di biglietti a settimana e penso a quelli che pagano gli abbonamenti paytv, che comprano le magliette, che guardano la pubblicità e che comprano i prodotti reclamizzati…
E allora penso che se proprio ti devi incazzare, forse sarebbe il caso una buona volta di incazzarsi con le persone giuste.

Da Casapound alle bombe carta di Serpentara, piccolo viaggio nella politica delle botte

22 giugno 2011 Lascia un commento

Poche parole e tanta violenza nei sempre più frequenti scontri fra collettivi dalle ideologie distinte                                                                                          Si comincia venerdì 29 aprile, di buon mattino. Scoppia una rissa all’interno della facoltà di Lettere della Federico II di Napoli. Da una parte militanti neofascisti di Casapound, dall’altra studenti dei collettivi universitari, entrambi con una propria, diversissima versione dei fatti. Lo scontro non è da scherzi, ci sono coltelli, alcuni parlano di “manici di piccone” e quattro giovani finiscono all’ospedale. Nel pomeriggio è ancora il capoluogo campano ad essere teatro di violenze: a San Gaetano venti giovani aggrediscono il candidato sindaco del Pdl Gianni Lettieri, «Fascista di m..» gli gridano fra botte e sputi, mentre in serata basta spostarsi di alcuni chilometri per imbattersi in un’altra guerriglia urbana dal copione identico: Casapound contro collettivi di sinistra in Piazza Dante, prima di andare a letto. Ma il risveglio non è dei migliori perché poco prima delle 13 un ordigno esplode in Piazza Bovio di fronte alla sede regionale del Pdl. «È l’ennesimo atto vile di chi non ha a cuore la propria città» commenta Lettieri mentre scattano come razzi accuse e nette prese di posizione a destra e sinistra.

Cambia regione, non cambia musica. A Roma una bomba carta sfonda la vetrata del palazzo dove risiede Alberto Palladino, portavoce dell’occupazione di Casapound. Il ragazzo era stato riconosciuto solo pochi giorni prima fra gli aggressori di alcuni coetanei di opposta fazione politica. Il collettivo di estrema destra non ha dubbi riguardo i colpevoli e accusa «chi si è prestato al gioco irresponsabile degli antifascisti romani, impazziti all’idea di un intrusione  in una zona che credono sotto il loro controllo […] avallando l’idea che con la menzogna e i metodi mafiosi si possa ottenere qualunque risultato». A Roma Nord invece, un ventiduenne, attivista politico, viene malmenato da un gruppo di ragazzi probabilmente riconducibili all’area dell’estrema destra, «stai attento a quello che fai» minacciano allontanandosi.

La struttura purtroppo è ciclica. Ci si accusa a vicenda, si compiono azioni violente e si aspetta la puntuale ritorsione. Si disegnano svastiche a cui si risponde con stelle a cinque punte. Si venera Hitler, si va in giro con i bastoni, si diventa esperti di esplosivi fatti in casa. E poi con estrema naturalezza si parla di «problema politico», di «inquinamento delle liste» di «clima violento creato dall’opposizione» e forse anche un po’ inconsciamente si alimenta la battaglia. La politica delle botte e dei calci, dove se sei in disaccordo col leader avversario gli vai a sputare in faccia e se vedi che qualcosa di illegale sta succedendo nel tuo quartiere ti mobiliti a tua volta per organizzare una “giustizia” altrettanto illegale, non è una politica sbagliata, semplicemente non è politica. Esiste un sano attivismo politico, un genuino interesse verso il futuro della propria città o del proprio quartiere che non ha nulla a che fare con tutto questo e sarà meglio cominciare a fare i dovuti distinguo affinché l’attenzione mediatica e sociale verso atti del genere non sia minore, ma sia diversa e anche la più remota possibilità di giustificare simili tensioni come possibili conseguenze di una dicotomia governativa venga disintegrata.

Punto Basket – Speciale Eurolega

6 maggio 2011 Lascia un commento


Inizia oggi il week end decisivo per sapere chi salirà, da vincitore, sulla cima del Montjuìc. La notizia è che non ci saranno i padroni di casa a fare i dovuti onori. Già perché il FCB Barcellona, campione uscente, ritenuta a inizio stagione la più forte, al pari dei colleghi calciatori, non ce l’ha fatta a superare i greci del Panathinaikos, e ha visto sfumare il sogno di vincere il massimo alloro sullo sfondo della propria città. L’ uscita di scena dei blaugrana, accreditabile, fra le altre cose, al non ottimale stato di forma di Ricky Rubio, gioiellino proveniente dalla cantera, forse distratto da voci provenienti dall’altra parte dell’Atlantico, lascia spazio ad un finale di torneo quantomai incerto. Di seguito, un’analisi sulle quattro compagini rimaste a contendersi il titolo di regina d’Europa.

Montepaschi Siena L’occasione è ghiotta. Per la truppa di Pianigiani, che ha dominato in lungo e in largo i parquet italiani negli ultimi anni, si prospetta, finalmente, la possibilità di entrare nell’Olimpo della palla a spicchi europea. I toscani sembravano destinati, dopo la prima partita dei quarti, al ruolo di sparring partner per il ben più quotato Olympiacos. Ma dopo quella gara il Montepaschi ha messo in mostra i muscoli, sfoderando tre prestazioni epiche e rimandando a casa i finalisti dell’anno passato. Eroe della serie è stato senz’altro Marko Jaric, uno dei migliori giocatori visti in Europa negli ultimi dieci anni, passato poi in NBA senza lode e senza infamia, e approdato a Siena dopo un’annata difficile al Real di Ettore Messina. Ingaggiato per sopperire all’assenza per infortunio di Bo McCalebb, il serbo sembava non essere più in grado di eguagliare i fasti del passato. Invece, insieme al ritrovato Malik Hairston, sono stati decisivi per l’approdo alle Final Four. Il vero punto di forza è però la vecchia guardia: Kaukenas, Lavrinovic, Zisis e Stonerook. In particolare il capitano, vero fenomeno della squadra, è una testa che ragiona a velocità doppia rispetto agli altri, e quando serve è in grado di mettere punti decisivi da dietro l’arco. Insieme ai “nuovi” Rakovic, Moss e McCalebb (sarà fondamentale il suo recupero), oltre che i sopraccitati Jaric e Hairston, formano una squadra che può mettere in difficoltà chiunque.

Panathinaikos B.C. Sono due i nomi che fanno capire alla MensSana che avrà un osso durissimo da rodere. Il primo, Zeljko Obradovic: il coach più vincente in Europa nei tempi moderni, dal ’99 alla guida del Pana, che ha portato alla conquista di 4 titoli di Eurolega e innumerevoli trofei nazionali. Ultima impresa, il capolavoro difensivo messo in scena contro il Barcellona. Il secondo nome è quello di Dimitris Diamantidis: il miglior giocatore del Vecchio Continente, eletto miglior difensore dell’Eurolega dal 2005 al 2009, MVP delle Final Four 2007. Dopo aver vissuto un anno di flessione, che ha colpito tutta la squadra, è tornato con la migliore stagione offensiva della propria carriera, viaggiando ad oltre 17 punti di media nella serie contro i blaugrana. L’impianto della squadra, con Batiste, Nicholas, Perperoglou, Tsartsaris e Fotsis, è lo stesso da anni, e non ha prticolarmente risentito delle partenze di Pekovic e Spanoulis. Anzi, proprio l’addio del play greco ha permesso a Diamantidis di liberare il proprio potenziale anche nella fase offensiva. La sfida con Siena sarà durissima e incerta, e la sensazione è che proprio da questa semifinale uscirà la vincitrice del torneo.

Maccabi Electra Tel Aviv Da diversi anni i gialloblu di Tel Aviv fanno presenza fissa alle Final Four, forti di un palazzetto e di un pubblico che per presenza e calore hanno pochi uguali in Europa. Loro l’Eurolega l’hanno pure vinta, nel 2005 e nel 2006, e sebbene appaiano un po’ più in basso rispetto a Montepaschi e Pana, sono senza dubbio un avversario da non sottovalutare. Il nucleo della squadra allenata da Blatt è costituito da parecchi ottimi israeliani, come Burstein, Eliyahu, Blu e Pnini, insieme al centro greco Schortsanitis e agli americani Pargo e Perkins. Proprio quest’ultimo, decisivo nel corso della stagione, ha però riportato un grave infortunio al ginocchio nell’ottavo contro Vitòria, che lo terrà lontano dal parquet per il resto della stagione. Nonostante abbiano perso questo importante pezzo, il Maccabi resta comunque favorito per la sfida con il Real e, se tale previsione dovesse avverarsi, saranno un ostacolo duro da affrontare in finale.

Real Madrid La squadra con più titoli europei, rimasta orfana a metà stagione di Ettore Messina ed affidata al suo vice Lele Molin, sembra delle quattro rimaste quella meno attrezzata per vincere il torneo, avendo faticato parecchio per avere sconfiggere Valencia, squadra rivelazione, nei quarti. Le grandi spese fatte da Florentino Perez negli ultimi due anni per riportare a Madrid il titolo europeo, che manca dal ’95, non hanno finora condotto ai risultati sperati, neanche con il miglior allenatore in circolazione. Un po’ come sta avvenendo per i colleghi calciatori. Tuttavia loro, i cestisti, una soddisfazione se la sono già tolta, vale a dire la possibilità di giocare la Final Four a Barcellona, mentre i rivali di sempre dovranno guardarsela da casa. Le possibilità delle merengues sono affidate a Tomic, centro croato con un futuro NBA, a Prigioni, play argentino con passaporto italiano, all’ala serba Velickovic e agli spagnoli Suarez e Reyes. Giocare in casa del Barcellona, e potersi guadagnare la rivalsa nei confronti dei blaugrana, potrebbe costituire una marcia in più per gli spagnoli, e in particolare per Sergio Llull, bandiera della squadra, letale da dietro la linea dei tre punti.

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Punto Basket – Speciale Playoff NBA

1 maggio 2011 Lascia un commento

Archiviato il primo turno di post-season, già qualche verdetto è stato emesso. Il più clamoroso è senz’altro l’uscita di scena dei San Antonio Spurs, migliore record ad Ovest, per mano dei semi-sconosciuti Memphis Grizzlies. I ragazzi di Gregg Popovich hanno infatti incassato un netto 4-2 dalla franchigia del Tennessee, segno del fatto che la celebre dynasty, che ha portato alla città texana ben quattro titoli NBA, sembra avviata sul viale del tramonto: la faccia che dice più di tutto a questo proposito è quella di Tim Duncan, che ha fatto registrare le peggiori prestazioni della carriera in post season per media punti e rimbalzi. Le soprese, però, potrebbero non essere finite qui. Nelle righe che seguono, una panoramica sulle semis che si giocheranno nei prossimi giorni, con un personalissimo pronostico per ognuna di esse. Partiamo proprio da quella che vedrà impegnati i mattatori degli Spurs.

Oklahoma City Thunder – Memphis Grizzlies A nulla sono valsi i tentativi di Tony Parker e Manu Ginobili, per superare una Memphis senza grandi nomi, ma dotata di grande freschezza e dell’incoscienza della gioventù. Uno dei maggiori artefici della vittoria sugli Spurs, nonché della favolosa stagione della squadra di coach Hollins fino a questo momento, è senz’altro Zach Randolph, che a trent’anni sembra aver finalmente messo la testa a posto, e che ha sfornato la migliore stagione della carriera. Non bisogna però dimenticare un manipolo di giovani in rampa di lancio come Mayo, Gasol (piccolo), Conley e Vasquez, oltre ai più esperti Powe, Allen e Battier. In semifinale di Conference incontreranno i Thunder di Oklahoma City, altra squadra ricca di giovani scalpitanti come Durant (miglior marcatore della regular season) Harden, Ibaka, Westbrook e Sefolosha. A questi si è unito anche Kendrick Perkins, centro ex Celtics già vincitore di un titolo NBA. Il pronostico è a favore dei Thunder, sulla base di quanto fatto vedere da ottobre ad oggi; ma sulla carta anche gli Spurs erano superiori ai Grizzlies, per cui è lecito aspettarsi di tutto da questa serie, specie se i compaesani di Elvis potranno contare sulla spinta di un FedEx Forum che mai aveva visto tanta affluenza di pubblico come in questi giorni. Ciò che è sicuro è che, e siamo pronti a scommetterci, queste due squadre nel giro di qualche anno potranno competere stabilmente per le pù alte posizioni della Western. Pronostico: Thunder

Los Angeles Lakers – Dallas Mavericks I campioni in carica sono reduci da un’annata strana, fatta di alti e bassi. Rispetto all’anno passato, l’impianto è lo stesso e la panchina è più lunga, tuttavia il record è peggiorato, assieme alle prestazioni dei singoli, in particolare Gasol (grande) e Artest. Restano comunque i favoriti per questa serie e per la supremazia a Ovest. La marcia in più potrebbe giungere da Phil Jackson, che già da un po’ ha finito le dita in cui infilare anelli, ma che ha fatto capire che potrebbe abbandonare il basket a fine stagione. C’è quindi da scommettere che Kobe Bryant e i suoi daranno l’anima per fare questo (possibile) regalo d’addio allo storico coach. Di fronte a sé incontreranno però Dallas, da diversi anni presenza fissa nei playoff. Marion, Terry, Chandler, Butler e Barea, oltre che l’inossidabile Kidd e l’All-Star Nowitzki (miglior talento europeo degli ultimi anni) sono le carte a disposizione di coach Carlisle per tentare di mettere in difficoltà i Lakers. Dovessero vincere la serie, i Mavericks avrebbero la seria possibilità di accedere alle Finals, dove sono già stati nel 2006, per poi clamorosamente perdere dopo essere stati avanti 2 a 0 contro Miami. Pronostico: Lakers

Chicago Bulls – Atlanta Hawks Un uomo solo al comando: Derrick Rose. Da lui dipenderanno le sorti dei Tori. Se le sue prestazioni rimarranno sui livelli della stagione regolare, la squadra di Thibodeau dovrebbe aver facilmente ragione degli Atlanta Hawks, e a quel punto potrebbe sognare la finale NBA, da guadagnare contro la vincente fra Boston e Miami. Ma per il momento c’è da pensare alla semifinale, in cui incontreranno gli Hawks, che un po’ a sorpresa hanno sconfitto i peggiori Orlando Magic degli ultimi anni. Le possibilità di Atlanta sono affidate alla classe di Joe Johnson, apparso comunque in calo rispetto alla stagione passata, e all’esplosività di Al Horford e Josh Smith. Attenzione, inoltre, al contributo dalla panchina di Jamal Crawford, per distacco migliore dei suoi nella serie contro Orlando. Pronostico: Bulls

Boston Celtics – Miami Heat Probabilmente la semifinale più equilibrata. Sicuramente, la più spettacolare. Bulls permettendo, qui ci si gioca la supremazia a Est. I Verdi del Massacchussets, che hanno spazzato via New York, sono gli stessi che hanno vinto il titolo nel 2008: i big three che poi sono diventati big four con l’aggiunta del miglior play in circolazione, Rajon Rondo. Nonostante abbiano subito una mini rivoluzione, con la partenza a metà stagione di Perkins e l’arrivo di Jermaine O’Neal nel ruolo di pivot, la difesa è la migliore della NBA, con 81 punti concessi a partita. L’unica cosa da verificare sarà la tenuta fisica dei “vecchi”. Se sarà ottimale, i Celtics potrebbero aggiudicarsi il titolo di Conference per poi incontrare i rivali di sempre (i Lakers) nella più classica delle Finali. Dall’altro lato, ci sono però altri tre big, che compongono, forse, il terzetto più spettacolare mai visto sui parquet NBA. Se vogliono arrivare fino in fondo, Wade, James, Bosh e compagni devono fare una sola cosa: correre, correre, correre. Gli Heat sono infatti quasi inarrestabili in situazioni di campo aperto e transizione, mentre nel corso della stagione hanno palesato una notevole difficoltà contro la difesa schierata. E poiché proprio la difesa è il punto forte della squadra di Doc Rivers, e visto che, in genere la somma dei giocatori in campo non fa il totale (il Real Madrid, calcisticamente parlando, insegna), la sensazione è che saranno i Celtics a spuntarla, anche se la serie sarà moolto lunga. Pronostico: Celtics

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