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Due parole sulla prima di Masterpiece

19 novembre 2013 Lascia un commento
Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi, la giuria di "Masterpiece.

Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi, la giuria di “Masterpiece”.

Spesso si sottolinea come l’Italia sia un paese di scrittori e non lettori. Teoria che sembra essere confermata da Masterpiece, primo talent show letterario che ha il compito di scovare un capolavoro nascosto della narrativa italiana, fra migliaia di autori sconosciuti con l’immancabile romanzo nel cassetto. Una delle prime idee prettamente italiane: format innovativo, grande attenzione dei media stranieri e perplessità di benpensanti. Ma era palese che prima o poi la televisione cogliesse l’occasione per occuparsi di uno degli ultimi settori rimasti inesplorati, come sottolineava ieri il fumettista Tito Faraci: “Anche la narrazione italiana ha bisogno di essere pop”. Fin qui tutto bene. Rivendicare la sacralità della scrittura (ma quale sacralità?), scandalizzarsi per la possibile banalizzazione delle nostre vette culturali o fare discorsi sull’arrivismo e simili, è quanto mai ingenuo e fuori luogo. È lecito dunque aspettarsi qualcosa di buono, stare piantati di fronte al televisore con la sensazione che al mero passatempo possa unirsi un interesse concreto.

La prima puntata di Masterpiece, tuttavia, mostra un’incongruenza enorme: della scrittura non frega nulla a nessuno. I tre giurati – il cattivo Andrea De Carlo, l’ironico Giancarlo De Cataldo e l’indecisa Tayie Selasi – leggono sì i manoscritti ma sembrano maggiormente interessati all’autore, la sua vita, i suoi tic. Risalgono alla genesi dell’opera e si confrontano con il caso umano di turno, perché di caso umano si tratta, sempre. Probabile conseguenza diretta o forse solo casualità, ma tutte le opere finora presentate sono autobiografiche, pienamente incentrate sull’autore e le sue sofferenze, il suo personalissimo vissuto. Con delucidazioni drammatiche che sfiorano spesso l’autoincensamento (dall’anoressica-bulimica che ce l’ha fatta da sola alla donna di fabbrica che vive un quotidiano inferno e ingoia amaro da 15 anni fino al galeotto che fa della consapevolezza la sua forza ma che scrive perché “ha visto il male”), il programma va avanti tra prove di scrittura incentrate sull’emotività e qualche altra banalità da talent ficcata nel mezzo un po’ a forza. C’è Massimo Coppola, editore Isbn Edizioni con il ruolo di coach degli aspiranti autori e la comparsa nel finale di Elisabetta Sgarbi, direttrice editoriale Bompiani, come suprema intenditrice dall’aria un po’ cattiva e un po’ schifata ma alla fine sin troppo tollerante nell’aiutare i giudici a premiare Lilith Di Rosa, 34enne che – dicono – è un incrocio tra Fante, Kerouac e Bukowski ma l’unico indizio che abbiamo per capirlo è un brevissimo frangente in cui il ragazzo legge qualche frase del suo romanzo, a dire il vero un tantino confusa, tra “piscio” e “squallore del genere umano”.

Dove sta la letteratura? Non c’è. Ci sono, almeno per ora, gli autori. Dove sta il capolavoro che, qualora si aggiudicasse il gradino più alto del podio, verrebbe stampato in 100.000 copie e distribuito dalla Bompiani? Non esiste. C’è solo qualche vaga impronta televisiva delle emozioni di chi scrive perché tormentato. Ma soprattutto, a che serve rinforzare lo stereotipo dello scrittore straziato dall’esistenza che scrive di sé quando sono i lettori (prima che gli stessi autori) a fare presente che narrare il proprio vissuto, mettersi in primo piano e da lì arrivare al senso profondo delle cose, è uno dei modi peggiori per approcciarsi alla narrativa? E non per una regoletta aurea o un dogma, ma più semplicemente perché, nella quasi totalità dei casi, non frega nulla a nessuno della tua vita e dei tuoi turbamenti. In ultima analisi, per tornare all’adagio iniziale, l’impressione è che anche qui, invece di leggere e lavorare sul fronte letterario incentrando le puntate proprio su quei “masterpieces” che danno anche il titolo al programma, si sia scritto l’ennesimo polpettone viscerale che punta a coinvolgere con le lacrime e si dimentica da cosa era partito, dalle parole. Che se non emozionano manco più quelle.

di Marco Ciotola

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Alla ricerca del contraddittorio

29 novembre 2010 Lascia un commento

Dopo la partecipazione di Beppino Englaro e Mina Welby alla seconda puntata di Vieni via con me, riparte in Rai l’annosa questione del contraddittorio già proposta la scorsa settimana con il ministro degli Interni Maroni che ha avuto diritto di replica dopo le parole di Roberto Saviano sulla mafia al Nord. Per la puntata del 29 Novembre il Cda ha avanzato la richiesta di uno spazio per le associazioni pro-vita.
In linea col modello della trasmissione, Beppino Englaro, padre di Eluana, aveva letto “l’elenco delle cose che i suoi genitori hanno sempre saputo di lei”, anche dopo il tragico incidente che l’ha costretta in stato vegetativo per 17 anni a patire “una continua profanazione del suo corpo”. Mina Welby, moglie di Piergiorgio, aveva elencato le cose dette dal marito “nel giorno più bello della sua vita”, quello della morte, dopo una lunga battaglia per il diritto all’eutanasia.

Intollerabili per Fazio e Saviano le richieste del Cda respinte con un deciso rifiuto, in quanto accogliere repliche a favore della vita “significherebbe avallare l’idea, inaccettabile, che la nostra trasmissione sia stata pro-morte”. Sgradito agli autori soprattutto il concetto che ogni punto di vista debba essere sottoposto a un obbligo di contradditorio e accolto con ironia nella stessa Rai3 al programma della Dandini Parla con me dove ad inizio e fine puntata un cartello ha ricordato ai telespettatori che esistono 1.438.932.587 punti di vista differenti.

Dalla politica decise le critiche dal Pdl con in testa Gaetano Quagliariello, vice capogruppo al Senato che accusa gli autori di “presunzione intellettuale mascherata da innocenza narrativa” mentre Maurizio Gasparri, presidente del gruppo al Senato, ritiene che i conduttori offendano la loro intelligenza in quanto “non aperti al confronto”. Solidarietà dai partiti dell’opposizione. Oliviero Diliberto, il portavoce della Federazione di sinistra, parla di “imposizione autoritaria” da parte di Masi mentre Emma Bonino, vicepresidente del Senato della Repubblica, ricorda che “lo spazio dato al Vaticano e ai pro-life è infinitamente maggiore: basta vedere i dati del mese di ottobre del Centro d’ascolto dell’informazione radiotelevisiva”.

I movimenti per la vita sono stati ospitati al Tg1 delle 20 ed è stato annunciato che Bruno Vespa accoglierà nel suo salotto televisivo le storie di persone da anni in stato vegetativo, senza commenti di politici o esperti, dando così voce “a chi non l’ha avuta in altre trasmissioni”.

Ma il dubbio di una ricerca spasmodica che va oltre la qualità e oltre il vero contenuto delle trasmissioni resta, come resta la ricerca di un confronto necessariamente politico o ideologico, di un faccia a faccia che si protragga necessariamente fino alla proclamazione di un vincitore, anche quando, come in questo caso, si tratta solo di “raccontare una storia” senza nessuna presunzione o polemica.

Con i peli del culo a batuffolo…

22 novembre 2010 1 commento

Purtroppo chi ascolta, o chi legge, spesso, non sta tanto a riflettere sul significato intrinseco di un’elucubrazione, ma si ferma all’estrinseco, reagisce a modo e ti manda a cagare! E se in quel caso è lui che ci fa la figura da pirla, tu hai comunque perso la tua battaglia, in quanto il vero destinatario della tua provocazione (credo sia inutile, infatti, provocare chi già sa ciò che vuoi dire e magari ne condivide anche le sfumature) volta le spalle e tu, anche se sveli il senso della vita, ti ritrovi a parlare da solo.
Inoltre, spesso capita che nonostante tu dica verità assolute e profonde, lo faccia in maniera tale da raggiungere la fetta più ampia possibile di pubblico e magari riesca ad accendere una flebile fiammella in quante più anime possibili, debba fare i conti con la vacuità di un tentativo vincente, ma, alla lunga, inefficace.
Will Hunting si rivolge ad un pubblico squisitamente americano: forse è una realtà sorprendentemente diversa dalla nostra, forse ha più punti in comune di quanti non se ne possa pensare. Forse le informazioni che arrivano al pubblico americano sono le stesse, forse quello che cambia è il modo di somministrarle. Ciò che oltreoceano hanno di diverso sono un numero propositamente più elevato di emittenti (da noi anche col digitale terrestre sono sempre 2), tra l’altro con editori differenti. Non hanno il Vaticano che insorge quando c’è Gesù a South Park, non hanno il Medioevo con i suoi retaggi bigotti e moralisti, promuovono lo sviluppo delle arti (cinema e musica ad esempio), hanno le migliori università del mondo e quel sogno americano che bene o male qualche volta si realizza.
Perciò forse potremmo considerarli più liberali.
Poi però pensi che hanno le lobby delle armi che decidono chi sarà Presidente, hanno un opuscolo dell’esercito che ti aspetta fuori scuola, se non hai l’assicurazione devi morire, se non hai i soldi finisci nelle peggiori università del mondo e se proprio non vuoi studiare allora puoi sempre andare a morire ammazzato in qualche guerra.
Perciò forse potremmo considerarli meno liberali.
Ed ecco che South Park diventa un ottimo prodotto per far tirar fuori milioni di dollari alle TV del globo e pazienza se un mucchio di americani lo guardano e ne traggono ispirazione, tanto l’utente a cui è diretto quel messaggio il più delle volte è un poveraccio di periferia che non ha i soldi ne per l’università ne per l’assicurazione, ma è contento perchè almeno in tv qualcosa riflette il suo livore verso qualcuno che lui non potrà mai essere. Poi un giorno troverà un giovanotto in divisa che gli illustrerà un mondo semplice e rapido per campare la sua famiglia e finirà i suoi giorni col culo bruciato chissà dove mentre difende la libertà di giovani rampolli che dalla loro stanzetta di Harvard dimenticano South Park non appena hanno spento la TV.
Non ho ancora ben capito quale sia la soluzione, ma quello che vedo è che, da loro come da noi, il messaggio arriva, forte e chiaro, e spesso viene anche compreso e condiviso, ma ad un certo punto il meccanismo si inceppa, le parole restano tali e i concetti astratti.

Fazio-sismi

14 novembre 2010 2 commenti

Il servizio è andato in onda Sabato 13 Novembre 2010 intono alle 20.10.
Chiunque avesse voluto verificare, avrebbe potuto virare su Raitre e avrebbe trovato questo:

E comunque è libero di scegliere…