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Elogio di Paolo Ruffini, che non sa fare nulla ma fa tutto

12 giugno 2014 2 commenti

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Non sa fare il comico, non sa presentare, non sa recitare, non sa intrattenere, non è un deejay, non fa musica, non è un ragazzo immagine. Analisi di un personaggio televisivo di successo che suscita molte domande.

Togliamo subito ogni dubbio sulla natura di questo articolo: non voglio evidenziare prove su un’eventuale raccomandazione di Ruffini, né denigrare nessuno. Anzi, il contrario: questo è l’elogio di un personaggio televisivo completamente privo di qualità, ma che ce l’ha fatta da solo, spinto da una confusa iperattività creativa che il più delle volta ha portato a gaffe, film abominevoli, battute malriuscite e programmi televisivi di una bruttezza inverosimile, ma che non l’ha mai abbandonato e continua a vederlo produrre, interpretare, sbattersi e impegnarsi davvero nel suo campo.

Paolo Ruffini nasce a Livorno, nel 1978. Dopo un’adolescenza passata a fare la spola tra piccoli ambienti comici livornesi, un paio di pubblicità e un ruolo nel toscanissimo Ovosodo di Virzì, vince il concorso Cercasi Vj, su Mtv. Ricorderete quegli anni e lo spirito libertario di una televisione, Mtv appunto, che garantiva grande attenzione all’universo giovanile, e che proprio tramite simili iniziative si affidava alla vivacità di ragazzi poco più che ventenni per tenere alti i ritmi, riempire le piazze, portare trasmissioni addirittura in spiaggia, come il celebre On the beach, prima piccola consacrazione per un Ruffini appena 24enne. Kris & Kris, Marco Maccarini, Omar Fantini… insomma, non c’è bisogno di spiegare che il talento non fosse proprio indispensabile per programmi che come scopo principale avevano esattamente quello di porsi al medesimo livello dello spettatore, che spesso aveva l’occasione di partecipare, interagire, persino passeggiare a braccetto con i presentatori.

Nel 2005, in Rai, fa le cose più interessanti della sua carriera, partecipando prima a Bla Bla Bla come spalla comica di Lillo e Greg e poi come autore della celebre trasmissione cinematografica Stracult. Ma la sua crescita artistica, qualitativa, termina qui, dopo meno di un anno. Comincia in compenso un’escalation quantitativa che non incontrerà più ostacoli. Prende infatti parte a Natale a Miami, Natale a New York, Natale a Rio, Un’estate ai Caraibi e, pur con alcune parentesi televisive quali Scalo 76 e Comedy central, il suo ruolo comincia a diventare quello dell’uomo da cinepanettone, ovvero quello di chi, pur giostrandosi fra vari impegni, resta perennemente vincolato agli stereotipi da commedia degli equivoci. Intanto però Paolo fa tantissime cose, persino in teatro. La sua immagine sembra stare bene dappertutto; il suo “veracissimo” toscano gli regala una particina ne La prima cosa bella, di nuovo con Virzì. Attivissimo sui social, fa discutere più di una volta per appropriazione indebita di giochi di parole o fotomontaggi, che ruba dalle bacheche dei rispettivi autori per rivendicarli come propri.

In televisione il varietà comico diventa la sua casa, fino a portarlo alla prima serata di Italia 1 con Colorado, nel 2011, raro esempio di trasmissione umoristica in cui i presentatori e gli stessi comici non fanno mai ridere. Approda persino alla regia, con il discutibile Fuga di cervelli (nel senso che si potrebbe discutere la sua natura di film) e bisserà ad ottobre 2014 con Tutto molto bello. Attualmente lo si vede nella fascia pomeridiana di Italia 1 alla conduzione di Vecchi Bastardi e – storia recentissima – alla conduzione dei David di Donatello, dove fa discutere il suo atteggiamento un po’ alla buona.

Ingabbiato da un dialetto livornese che rende la sua comicità inefficace alle restanti latitudini, legato visceralmente a tormentoni e frasi ricorrenti che non provocano neanche più i risolini dei 13enni, Paolo Ruffini ha creato un universo demenziale. Un universo che, dopo una prima fase “simpatica” favorita più che altro dalla sua giovane età e dalle cornici televisive, ha finito per renderlo insopportabile ad una buona parte della platea, tanto da far spuntare addirittura una petizione su change.org: “50mila firme per il suicidio di Paolo Ruffini”. Un’esagerazione, d’accordo. Forse favorita da questa sua risposta alle recensioni negative di Fuga di cervelli, dove in sostanza sciorinava il ragionamento secondo cui tutti quelli che hanno criticato il film dovrebbero provare a farne uno, prima di parlare. Una replica un po’ immatura, d’accordo.

Tuttavia mi sento di difenderlo, per un semplice motivo: di biografie come questa se ne potrebbero pubblicare a migliaia; gente priva di qualità che da anni occupa palcoscenici televisivi, cinematografici, che conduce, dà giudizi morali, scrive persino libri. Tutte queste persone, però, sono accomunate da una fondamentale caratteristica: il tentativo di diventare versatili. Paolo Ruffini invece non cambia mai, non ci prova nemmeno. Lui porta in scena sempre lo stesso personaggio, che sia teatro, cinema, televisione o web. Lui è il toscanaccio zuzzurellone che “si diverte abbestia”; lo è davanti a un target di adolescenti alle 4 del pomeriggio o mentre consegna un premio a Marco Bellocchio.

Paolo Ruffini rappresenta le nostre più sfrenate fantasie adolescenziali, le più coriacee convinzioni giovanili che portavano a vederci grandi in ogni ambito. Poi siamo cresciuti, più o meno. Ma immaginate se ogni progetto, ogni pensiero, persino il più immaturo dei desideri si fosse realizzato, sempre. Se mai nessuno ci avesse detto che quello che facevamo era stupido, autoreferenziale. Dove saremmo arrivati? Ve lo dico io: a Paolo Ruffini. Che non ha colpe. Lui, saldo sulle sue posizioni, continua a replicarsi in ogni campo. Si impegna e riesce a fare milioni di cose: e già uno che riesce a farle – un milione di cose – è da elogiare. Se poi ci riesce a dispetto di una notevole mancanza di qualità, è ancora più ammirevole.

Marco Ciotola

 

Ufficiali le dimissioni del Premier

9 novembre 2011 1 commento

Dal nostro inviato

ROMA – Salirà oggi al Quirinale il Presidente del Consiglio per rimettere definitivamente il proprio mandato nelle mani del Capo dello Stato. L’incontro avviene al termine di una settimana interminabile, caratterizzata dagli accesi dibattimenti sia a Montecitorio sia a Bruxelles, luogo in cui hanno trovato conferma le perplessità dell’Europa nei confronti della situazione politica ed economica italiana.
Cala il sipario, quindi, su un uomo che per quasi due decenni è stato al centro non solo della scena politica, ma che ha avuto modo di influenzare la cultura popolare fino ad entrare a far parte della quotidianità di ognuno di noi.
Un uomo controverso, che fin da subito ha spaccato l’opinione pubblica e che oggi vede, per la prima volta da quando è al potere, quei consensi che finora avevano resistito agli attacchi politici, ai guai giudiziari e alle perplessità internazionali, polverizzarsi di colpo di fronte all’ormai incontestabile agonia in cui versa il nostro Paese.
Si dimetterà questa sera, quindi, e pare abbia rinunciato ad una nuova candidatura confidando che il suo successore, chiunque egli sia, non avrà problemi a conquistare la maggioranza degli Italiani in tempo per la prossima chiamata alle urne.
Nel frattempo è partito il corteo di manifestanti con a capo le forze d’opposizione e le organizzazioni sindacali che presumibilmente si dirigerà al Colle, dove è già stato approntato un servizio d’ordine volto a monitorare l’ormai abituale lancio delle monete che, come fu per Craxi e Berlusconi, sarà riservato anche stavolta al Premier dimissionario; l’iniziativa è comunque a rischio poiché il corteo sembra essere partito di nuovo in forte ritardo.

Seguiranno aggiornamenti.

Roma, 10\11\2031

Manolo: No limits.

12 aprile 2011 83 commenti

Manolo è un arrampicatore, ma parlando di lui è più che mai fuori luogo relegarlo in una categoria.
Manolo è colui che ha cambiato la storia dell’arrampicata sportiva mondiale, iniziando, a soli 17 anni, a sbattersene della tradizione e ad iniziare a fare quello che gli andava di fare nel mondo in cui a lui piaceva farlo. Circondato da personaggi che gli ripetevano “questo è non lo puoi fare”, Manolo iniziava a scalare le montagne senza particolari protezioni, per il solo gusto di farlo.

Nell’intervista (parte 2; parte 3) Manolo, all’anagrafe Maurizio Zanolla, parla da uomo prima che da sportivo, uno degli ultimi romantici che mette innanzi a tutto il rispetto per ciò che lo fa sentire vivo. Un filosofo, che sorprende per la profondità di un pensiero che la convenzione non attribuisce ai montanari, agli sportivi, ai passionali.
Se non avete mezz’ora di tempo, ricavatevela.

Per i giovani non più giovanissimi una nota nostalgica ci riporta alla mente Manolo all’apice della sua carriera.

Maurizio Zanolla (meglio conosciuto come Manolo) (Feltre, 16 febbraio 1958) è un arrampicatore e guida alpina italiano.

Manolo è considerato uno dei pionieri dell’arrampicata libera in Italia ed è uno dei volti più conosciuti di questo sport a livello mondiale; è stato il primo italiano a superare l’VIII, il IX, il X e probabilmente anche l’XI grado (classificazione UIAA), sia in montagna che in falesia. Spesso ha compiuto delle arrampicate “free solo”, ovvero senza l’uso di corde o di altri sistemi di sicurezza, arrivando in falesia con questo stile fino al X grado.

da Wikipedia

Viva l’Italia

18 marzo 2011 1 commento

Centocinquant’anni fa nasceva lo Stato Italiano. L’unità ritrovata dopo quasi un millennio e mezzo, da quando l’ultimo discendente della stirpe dei Cesari fu consegnato alla storia. Una storia gloriosa, in cui per anni il centro del mondo si è trovato al centro del celebre Stivale. Dopodiché, secoli e secoli di occupazioni, invasioni, dominazioni. Visigoti, Bizantini, Longobardi, Normanni, Arabi, Francesi, Spagnoli, Austriaci, Tedeschi, Inglesi, Americani. Ognuno di questi popoli ha considerato l’Italia come una terra di conquista, attratto dall’importanza strategica, culturale, commerciale che essa ha sempre rivestito. Centinaia di Principati Ducati Granducati e Arciducati, papi che combattono imperatori, imperatori che nominano antipapi, intrighi, società segrete, pugnalate alle spalle, cannonate, saccheggi, alleanze durate un solo giorno, città vicine che d’un tratto si trovano a dover combattere l’una conto l’altra, battaglie fra condottieri stranieri, campagne bruciate, città distrutte e ricostruite e di nuovo distrutte e di nuovo ricostruite. Gli orrori di due guerre mondiali combattute in casa nostra, l’oppressione fascista, le grida dei nostri concittadini trucidati dal piombo straniero, i soffitti delle nostre case che tremano al passaggio di eserciti tedeschi e americani e crollano sotto colpi di mortaio. Il nostro Paese ridotto ud un cumulo fumante di macerie. Fino ad arrivare al 2011, in cui i problemi che ci si pongono sono diversi, complessi e delicati: politici corrotti, disoccupazione, immigrazione, crisi economica, terremoti, un’immagine e un ruolo a livello internazionale da ridisegnare.

Nell’affrontarli, non dobbiamo tuttavia dimenticare una caratteristica che solo noi al mondo possediamo: quella di essere un po’ greci e un po’ romani, un po’ francesi e un po’ arabi, un po’ spagnoli e un po’ levantini. Ognuno dei popoli che è passato per il nostro Stivale ha infatti lasciato in retaggio una parte della propria cultura, delle proprie usanze, del proprio cuore e della propria mente. Abbiamo saputo condensare in noi le migliori qualità di tutte le genti. E dato i natali a moltissimi grandi uomini: Galilei, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Dante, Verdi, Rossini, Vivaldi, Garibaldi, Mazzini, Cavour, fino ad arrivare ai moderni Fermi, Rubbia, Mattei, Fo eccetera. Alcuni di questi grandi uomini avevano un sogno chiamato Italia. Centocinquant’anni fa l’hanno realizzato.

E se accade di provare vergogna d’essere Italiani, essa non potrà mai superare l’orgoglio che ci provocano la nostra storia, la nostra cultura, le nostre città, le imprese dei nostri grandi concittadini di ieri e di oggi. Da ieri tutti noi abbiamo centocinquant’anni, e l’augurio è che, crescendo, non dimentichiamo mai di essere Italiani, e che siamo fieri di esserlo.

Da grande voglio fare il terrorista

8 febbraio 2011 1 commento

Che tra l’altro può essere un mestiere nobile. Nobilissimo. Lo scopo è di quelli che ti fanno sentire qualcuno, gli ideali, gli obbiettivi… forse i modi possono ai più risultare bruschi, ma a volte possono essere efficaci in tempi brevissimi.
Da grande vorrei spaventare le persone, incutere timore, quello vero, quello che ti fa pensare bene a cosa stai facendo, quello che ti fa guardare le persone con fare circospetto, che ti fa evitare il losco figuro e abitudini di dubbio profitto; vorrei terrorizzare, agghiacciare, sgomentare chiunque ritengo ne abbia bisogno, in ogni modo, ad ogni costo. Lo scopo sarebbe nobile, nobilissimo, quasi eroico: salvare delle vite umane.
Vorrei guardare in faccia un fumatore e digli che sta morendo, lentamente ma inesorabilmente, e che deve pregare per finire schiacciato in un incidente d’auto, tra le macerie di un palazzo o ucciso con una pallottola tra gli occhi, per sperare di avere una fine di gran lunga migliore di quella che il suo tumore, a breve, gli regalerà. Vorrei parlargli delle sue chance di vincere la battaglia contro il cancro e spiegargli che gli resta la sola possibilità di morire prima che il tumore ci pensi da sé.
Vorrei guardare nelle palle degli occhi un ragazzino che muove i suoi primi passi nel mondo delle droghe leggere e portarlo con me tra le corsie del mio reparto: vorrei che facesse la conoscenza di qualche mio paziente che ad oggi parla con i mostri, con i morti, con Dio in persona, pazienti con la vita distrutta a 30 anni, 10 dei quali passati a rollare erba nel buio dei vicoli di città. E poiché nessun ragazzino, piccolo o grande che sia, potrebbe mai credere che le canne friggono il cervello, vorrei rincontrarlo anni dopo, quando da fanciullo diventa paziente e fargli leggere robe come questo; rinfacciargli il senso di pena sarebbe ormai inutile.
Vorrei incontrare un atleta che sul letto d’ospedale parla di come ha vinto grazie a tutta quella merda che s’è iniettato negli anni. Vorrei sentirlo mentre si pente di tutto quello che ha fatto, dei reati commessi, o peggio ancora degli inganni sportivi verso i suoi avversari e verso tutti coloro che lo hanno osannato, sostenuto e, spesso, imitato; e, spesso, imitato in tutto.
Vorrei far conoscere loro tutte quelle persone che stanno morendo senza mai aver fumato una sigaretta, una canna o senza mai aver assunto sostanze stupefacenti, dopanti, stimolanti, dimagrenti o in qualsivoglia maniera tossiche.
E vorrei cancellare la speranza, la speranza che le cose si sistemeranno, che ti porta a chiedere “che possibilità di guarigione ci sono?”, l’aspettativa che ti porta a viaggiare per l’Italia, per il mondo, in cerca di risposte: vorrei far capire per tempo alle persone che la speranza non esiste, che c’è una causa e un effetto e nell’effetto molto spesso c’è spazio solo per la morte.
Vorrei provare rabbia, ma so già che non sarà così; so già che proverò compassione per chi, sotto il peso del proprio egoismo, pensa di essere l’unico attore nel gioco delle proprie scelte, di poter scegliere di rischiare la vita sapendo che la decisione riguarda solo se stesso. Purtroppo, però, la morte non è mai una condanna, ma resta la migliore soluzione al male che s’è fatto, a sé stessi e agli altri, a coloro che invece resteranno qui su questa terra, a prendersela in pubblico con l’inettitudine dei medici e a piangere in privato le sciocchezze di una persona a cui, stupidamente, hanno voluto bene.

Nella foto: Adamo ed Eva, Tintoretto (1550-1553)

La classe operaia non va in paradiso

15 gennaio 2011 1 commento

Ieri, a Mirafiori, storia e simbolo della più grande azienda italiana, che negli anni ha condiviso le vicissitudini dello Stato, si è consumata una battaglia le cui conseguenze restano di proporzioni difficilmente prevedibili. Dopo mesi segnati da nette controversie, ha prevalso la linea Marchionne, si dice grazie al voto favorevole dei colletti bianchi. Fra le tute blu, invece, le preferenze si sono divise in maniera pressoché equanime. Ma chi ha scritto sì, ha dichiarato di averlo fatto a denti stretti, perfettamente conscio del fatto che la Fiat (e l’Italia) ha un disperato bisogno dell’investimento da un miliardo di euro promesso, ma la ragione prevalente per molti di loro è stata la paura di vedere chiuso lo stabilimento e perso il posto di lavoro. Nonostante non si trattasse di elezioni politiche o regionali, quella di ieri notte è stata una delle votazioni più importanti dei tempi recenti. Essa è stata contraddistinta da quello che ormai è un imperativo ogni volta che si entra in un’urna nel nostro Paese: quella cioè di dover scegliere il minore dei due mali. Infatti da domani gli operai dovranno affrontare un aumento consistente del carico di lavoro, con l’eliminazione delle fisiologiche pause, facendo i conti con una riduzione dei diritti fondamentali come lo sciopero, pena licenziamento, e la possibilità di eleggere autonomamente i propri rappresentanti. Hanno scelto di sopportare tutto ciò in nome del benessere proprio e delle proprie famiglie, come dargli torto coi tempi che corrono. Ma quello cui sono stati messi di fronte ha tanto il sapore di un ricatto, della serie o con noi o contro di noi, e alle persone che hanno votato no va dato atto di aver dimostrato grande coraggio. Intanto molti politici italiani tirano un sospiro di sollievo, perché ancora una volta c’è qualcun altro che dovrà sobbarcarsi il peso della loro inettitudine, in questo caso gli operai.
Ora che le urne sono chiuse, la sensazione che si ha è quella di un’involuzione, un’inversione ad u, una rinuncia alle conquiste costruite con le fatiche dei nostri padri, dei nostri nonni e dei nostri bisnonni. Stare 10 ore al giorno in catena di montaggio ti massacra? Non lamentarti. Vuoi scioperare? Non puoi farlo. Bisogna stare attenti però, perché quella che si è imboccata è una strada pericolosa, al termine della quale potrebbero anche esserci le famose fabbriche-caserma stile Dickens. E in effetti, con i dovuti distinguo, le premesse ricordano vagamente quelle del biennio rosso, durante il quale gli operai occuparono le fabbriche del Settentrione; i cittadini, temendo una rivoluzione di stampo bolscevico, cominciarono allora a vedere sempre più di buon occhio quelle che molti anni dopo venivano chiamate squadracce, mentre il governo stava a guardare.
Ma tanto ormai in questo Paese la tendenza sembra che l’unica cosa importante siano il profitto ed il potere ad ogni costo, e se questo comporta che a farne le spese siano i più deboli, pazienza. Poi però non mi si venga a dire che il dito medio innalzato da Cattelan di fonte alla Borsa di Milano non rispecchi neanche un po’ il pensiero comune.

La cultura del razzismo

10 gennaio 2011 1 commento

Qualche anno fa erano “negri” e nessuno si scandalizzava. Erano “negri” nella vita quotidiana, al cinema, in tv, nei libri e nei giornali, e nessuno si sentiva in dovere di gridare al razzismo. Forse nessuno gridava al razzismo perchè qualche anno fa si viveva in un’epoca molto più razzista di quella attuale, forse, o forse perchè non era ancora radicata la cultura del razzismo.
La cultura del razzismo ci ha insegnato a chiamarli “neri”, “extracomunitari”, “afro-americani”, “congolesi, kenioti o sudafricani” o meglio ancora “di colore”, chissà poi di quale.
La cultura del razzismo fa parte dello stesso filone formativo che ci ha portato gli “operatori ecologici”, il “personale ATA”, il “clochard”, “l’incapace di intendere e di volere” o meglio ancora i “diversamente abili”, come se un paraplegico fosse “diversamente abile a camminare”.
Ma la cultura del razzismo ci ha permesso di essere razzisti senza darlo a vedere, in completa libertà, facendo apparire incivile chi ancora usa termini come “spazzino”, “bidello”, “barbone” e “pazzo” ma perseverando nel distinguere, in maniera civile, il “nero” dal “bianco”.
E così passano le epoche e senza accorgersene restiamo un popolo razzista. sicché da una velata distinzione tra “neri” e “non-neri” (mai infatti si chiama “giallo” un cinese o “biondo” uno svedese) pian piano si assimila la distinzione tra Cristiani e Musulmani, Occidentali e (Medio)Orientali o Buoni e Cattivi, ma finché non viene utilizzata la parola “negro”, a nessuno viene in mente che si tratti di razzismo.
Penso ad Obama, un “nero”, ma neanche tanto, l’uomo quindi del riscatto e simbolo di una società che progredisce, del razzismo che non esiste più. Obama si insedia a Gennaio e in Febbraio viene coperto di critiche per la Finanziaria; Obama si presenta come un Presidente contro la guerra ma ad un anno dall’insediamento aumenta gli investimenti per l’Iraq e l’Afghanistan e il successivo Premio Nobel per la Pace acquista quindi un ghigno sinistro; la legge Sanitaria passa tra mille difficoltà solo quando si è giunti a debita distanza dalla rivoluzione accennata in campagna elettorale; per perdere le Olimpiadi si sceglie Chicago; l’Illinois, feudo democratico, con Obama Presidente passa ai repubblicani. La lista è lunga, e alla fine Barack Obama avrà il sapore amaro di un’occasione persa, di un tentativo andato a vuoto, in una società che forse non ha bisogno di progredire tanto quanto ne ha di guardare al passato. Nessuno osa appellare Obama come “negro”, ma presto una delle più fallimentari legislature americane sarà quella di un Presidente “afro-americano”.
E’ razzismo, e il razzismo non si manifesta dando del “negro” ad un “nero”, ma permettendo alla cultura del razzismo di indurci a scovare differenze tra noi e il colpevole di turno.