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Parole a caso

24 novembre 2011 2 commenti

Ho sempre trovato un’insolita somiglianza fra l’odore dell’erba tagliata da qualche giorno e quello della cacca di mucca. Effettivamente ho ragionato sulle possibili spiegazioni solo all’età di 30 anni. “Le mucche mangiano l’erba”, questo è stato il pensiero. Diretto, semplice, brutale. Nell’istante stesso in cui ci ho riflettuto la questione ha smesso di avere quel fascino particolare delle piccole cose che credi di notare solo tu e che comunque non diresti mai a nessuno.  Stagnato in un noioso lavoro d’ufficio da più di vent’anni, ho sempre creduto nel valore delle sensazioni originali, dei primi impatti. Gli approfondimenti mi danno noia. A maggior ragione se si parla di merda. D’altronde forse è solo senza fare particolari inferenze che si può sposare una moglie come la mia. Giada è l’emblema dell’irrazionalità, dell’istinto, delle azioni sconsiderate, come quando a 20 anni mi baciò in ascensore. Ci conoscevamo appena e il suo gesto ruppe il ghiaccio con i tempi giusti. Però aveva schiacciato il tasto sbagliato e così invece di uscire di scena lasciandomi solo in uno dei momenti più belli della vita di un uomo (formulare nella propria testa cosa si racconterà agli amici al bar) rientrò e scese dal nono al terzo piano in uno dei minuti più imbarazzanti della sua e della mia vita. Piccole avvisaglie, forse. Ma l’ho amata, per quel che ho potuto. Il caso ha voluto che la cogliessi sul fatto circa un anno fa. “Non è come pensi”. No, infatti, è pure peggio. Troia. Che poi Aldo, il tizio, era effettivamente un bell’uomo. Ho avuto modo di vederlo senza pantaloni, quindi parlo con cognizione di causa. Ma credo che certe cose sia meglio non saperle. Passi che mi tradisci, ma non voglio vedere con chi. Tantomeno come. Forse è questo che mi ha sempre bloccato, non risalgo mai alle origini, non mi interessa e per dirla tutta trovo le cose già abbastanza complicate per come mi si presentano agli occhi. “Una cosa per volta” come dissi alle perplesse maschere dei miei professori di liceo in sede d’esame. Ma non fu quello il momento esatto in cui mi resi conto di non essere tipo da grandi ragionamenti, risposte importanti, scabrosi retroscena. Avevo forse 10 o 11 anni, in ginocchio sul pavimento costruivo una casetta di carta con l’aiuto si scoc e colla. Sopra di me un cronista in affanno, con voce rotta dall’emozione parlava del rapimento di un uomo, uno importante, e dell’uccisione degli uomini della sua scorta. Tesi un orecchio in favore di quella inconsueta edizione del tiggì, cercai di capire ma misi la colla dal lato sbagliato. “Non ci credo” sussurrai col pezzetto di carta in mano e le immagini di un’auto crivellata di colpi davanti. Mi alzai di scatto e spensi la tv. La miglior casetta di carta mai costruita da arti terrestri, c’era persino l’antenna parabolica. Piccole avvisaglie.

Che così si viva meglio non lo credo. Ho sofferto parecchio quando ho abbandonato l’università, totalmente disinteressato agli approfondimenti accademici e alla loro ricorrenza tanto frequente. Ho sofferto parecchio quando ho capito che i miei amici partivano alla ricerca di qualcosa di diverso e quando mia moglie quel qualcosa di diverso l’ha trovato. Ma credo che non si debba andare contro la propria natura. Alcune persone sono fatte per evolversi, vivere dappertutto. Altre per tenersi la testa vuota, agire nel raggio di una decina di chilometri e pensare a cosa fa di bello in tv. Io mi cullo nella familiarità, nella consuetudine, nell’ignoranza. Ho 44 anni e godo sempre delle stesse piccole cose. Non c’è da vergognarsi, basta accettarlo.

“Antò, lo sai che c’è una spiegazione scientifica al verso dell’elefante?” domanda il mio collega Loris dalla sua postazione internet con faccia divertita.

“E tienitela per te” rispondo. Ma poi dico io, se l’elefante fa quel verso, saranno pure cazzi suoi.

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Sogno o son desto? Sogno.

6 novembre 2011 Lascia un commento

Quando a muoverti è un sentimento indecifrabile scatenato da un avvenimento indecifrabile con una spiegazione intrinsecamente criptica, o hai esagerato con gli acidi o il tuo subconscio ha trovato più risposte in una sola notte che in tutta la tua banalissima vita. L’attività onirica è incomprensibile, ma non è casuale. Non sono fra quelli che credono che in un sogno si trovino le risposte alle grandi domande che assediano il vivere quotidiano, ma semmai ci fosse da cercare uno stimolo, una strada ben illuminata, un tentativo di fare chiarezza, è proprio lì che devi muoverti. Oggi la verità si nasconde con le parole – come ricordava qualcuno – tutto quello che desideriamo confluisce, si volgarizza. Nel 2011 non è più concesso volere ardentemente una cosa, non è più concesso neanche scrivere “ardentemente”, ho dovuto ignorare il correttore di word per inserirlo. Allinearsi fa figo. Dire la propria va bene, ma entro certi limiti. Ci siamo tutti dentro, d’altronde noi l’abbiamo voluta e non meravigliamoci se per scorgere uno spiraglio di luce dobbiamo attendere la fase rem.

È un passato lontano, viene da dire il Far West se solo l’immaginazione del cittadino medio riuscisse ad andare oltre i film di Sergio Leone quando lo si pronuncia. Un capofamiglia è esposto alla pubblica gogna per il suo modo brutale di approcciarsi a moglie e figli, la sua violenza, la sua spiccata tendenza a cercare di scoparsi tutto ciò che si muove e non ha particolari pretese. La gente intorno è indignata, rumoreggia. Ma lui, il pater familias, rimane solido sulle sue posizioni. Ha tutto il diritto di picchiare la moglie e la figlia, ha tutto il diritto di soddisfare le più peccaminose voglie sessuali. Lui porta a casa il pane, e non è poco. C’è però la satira, che ci piaccia o no, ci si creda o no, anche il West aveva la satira. È magari meno organizzata e più populista ma a me fa sorridere mentre da esterno osservo la scena con curiosità. Un uomo seminudo sbuca da un camminamento con delle finte curve e un vistoso triangolo di peli pubici attaccati alla sua vera (per quanto minuta) sessualità. Corre su e giù per il suolo ligneo fingendo un’immensa paura per la reazione dell’accusato. Provoca l’ilarità della folla che capisce l’antifona. Si aggiunge un altro comico, stavolta senza alcun travestimento, mosso solo dalla forza delle parole che evidenziano la disumanità del soggetto in questione. Poi un ragazzino. È enorme, il grasso in esubero non sa più dove spuntare, eppure anche lui fa un verso canzonatorio, anche lui rivendica e soddisfa il suo diritto a schernire chicchessia. Ma il  capofamiglia è coriaceo e rivendica le sue ragioni con un‘energia che ha solo chi è estremamente convinto di non avere torto. Svelto rincorre l’uomo con l’esilarante travestimento e lo riempie di calci. Con una prestanza crescente raggiunge il secondo “comico”, lo afferra cingendogli il volto fra l’avambraccio e la spalla, lo trascina su una roccia da cui si butta facendo attenzione ad atterrare con  tutto il peso del corpo sul malcapitato buontempone. Il ragazzino ciccione è il più facile da raggiungere con quella sua corsa che, più che allontanarlo dal luogo dell’offesa, provoca uno sfregamento di carne che neanche dal kebabbaro alle 9 di sera. Gli morde una gamba, con forza, decisione, sicurezza, strappandone il roseo tessuto e procurando una veloce fuoriuscita di sangue dall’arto adiposo. Poi lascia ai cani il compito di testarne il ripieno. Il ragazzino cerca di correre, è terrorizzato. Sono io quel ragazzino e mi rendo conto dopo pochi passi che chi mi insegue è nettamente più veloce. E infatti mi raggiunge, mi piomba addosso facendomi cadere con la schiena a terra. Non sono cani però. È una donna, ma è mastodontica. Alta, robusta, un seno enorme. Mi sovrasta e mi prende a pugni. Uno, due, tre cazzotti in pieno viso che immediatamente mi fanno sanguinare il naso. Poi mi fissa, lo sguardo intenso di chi parla per necessità vera: «Qualsiasi cosa succeda, tu devi stare zitto» esclama con occhi fissi «qualunque sia il problema, tu non devi parlare, non devi chiedere aiuto, soffri in silenzio» conclude poi, lasciandomi sanguinante al suolo. Mi rialzo a fatica ma mi sento mancare. Non è il dolore, è la sensazione del sangue che fuoriesce a risucchiarmi energie. Barcollo verso un bar in riva al mare. Le persone sedute e il proprietario mi fissano preoccupati, si accorgono del sangue:  «Stai bene? Ti serve una mano?» domandano, chissà se realmente preoccupati per un estraneo col naso ridotto a un colabrodo. Io faccio segno con una mano che è tutto ok e mi dirigo verso la riva ormai prossimo allo svenimento, nella speranza che l’acqua possa ridestarmi. Mi lascio cadere nel mare che in realtà assomiglia più ad un fiumiciattolo. E il caldo è l’ultima sensazione prima delle 8 di mattina, quando tutto torna chiaro. Apparentemente chiaro.

Credo, in ogni caso, che smetterò definitivamente di leggere i racconti di Edgar Allan Poe.

Categorie:Divagazioni, Fantasia