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Archive for the ‘Cinema’ Category

La gioventù confusa della Coppola

3 ottobre 2013 Lascia un commento
Una sobria Emma Watson nell’unico fotogramma che vale il prezzo del biglietto.

Una sobria Emma Watson nell’unico fotogramma che vale il prezzo del biglietto.

Nelle sale The Bling Ring, storia vera del gruppo di giovani che fra il 2008 e il 2009 svaligiò le case dei vip

Una sceneggiatura poverissima a supporto di un prodotto che non chiarisce mai la sua vera entità. Con un solo sintetico commento si potrebbero analizzare gli ultimi due lavori della Coppola: l’ingiustamente premiato Somewhere e l’ultimo The Bling Ring. La figlia di uno dei più importanti cineasti della storia ha mostrato sin dagli esordi di sapersi muovere con sapiente leggerezza trattando temi non banali e regalandoci pellicole visivamente interessanti quali Il giardino delle vergini suicide, Marie Antoinette e Lost in translation.  Ma se il dominio di colori, la piacevole modernizzazione della storia o la capacità di fare un film esclusivamente su uno stato d’animo, avevano sorpreso per originalità e competenze mostrate, negli ultimi lavori appare palese quella volontà di arrivare ad una conclusione senza tuttavia lavorare alle fondamenta del racconto, dialoghi, avvenimenti, ciò che succede per capirci; e se con Somewhere in un certo senso dava libero sfogo alla sua fantasia descrivendo una fase della vita con interpretazione ultrapersonalistica,  la delusione è doppia in The Bling Ring che è tratto da una storia vera (e che storia!) rafforzata anche dal lungo e dettagliato articolo di  Nancy Jo Sales uscito su Vanity Fair nel marzo del 2010 (“The Suspects Wore Louboutins”) e già di per sé utile a dare avvio ad una sceneggiatura a quel punto solo da ritoccare.

La «Bling Ring» (un po’ forzatamente traducibile in “La banda dei ninnoli”) comprendeva sei ragazze della Los Angeles bene e un loro amico, coinvolti in poco più di un anno nel furto di gioielli, scarpe e svariati oggetti di valore nelle residenze di vip come Paris Hilton, Megan Fox, Lindsay Lohan e Orlando Bloom. Il valore complessivo dei beni trafugati fu stimato in più di tre milioni di dollari. Da qui partiva l’articolo di Sales, un focus su ore ed ore di interviste, approfondimenti e video, con le sporadiche voci dei protagonisti (tutti puniti con pene modeste), massima rappresentazione di una generazione ultraricca che va oltre il valore dei soldi e vuole  infilarsi sotto la pelle delle star, vivere come loro e accanto a loro. Bastava poco in fondo per tirare fuori una sceneggiatura che delineasse una storia convincente, inquadrasse la questione dal giusto punto di vista. Ma la Coppola – in parte nascosta dietro la scusa della vacuità che i ragazzi dovrebbero testimoniare – si appoggia totalmente all’articolo di Sales, finendo per tirarne fuori un prodotto semi-documentaristico che tuttavia indugia spesso su una blanda emotività dei personaggi, costruiti poco e male con la pretesa che per ognuno di loro sia una brevissima sequenza a parlare (vedi la coreografia ambigua davanti alla webcam di Marc o il ballo sfrenato di Nicki in discoteca).

Gli stessi dialoghi sono poverissimi, lontani dal realismo e molto più vicini alla scarsa fantasia. La volontà di ritrarre la generazione social network si perde troppo spesso in una favoletta priva di intoppi, volta in qualche modo a sottolineare il vuoto intellettuale ed emotivo di adolescenti sovrastati da cattivi esempi, che in alcune parti strizza l’occhio ad un altro tipo di gioventù dipinta da Larry Clark in quel capolavoro che era Bully, azzerando però i riferimenti al sesso ma accentuando gli ammiccamenti e le estensioni del corpo (esemplare il frenetico cambio d’abiti di una Emma Watson decisamente sotto le righe), quasi a specificare che ogni oggetto da loro toccato vada in quella direzione.

Pure l’eccellente fotografia (firmata Harry Savides) e la potenza visiva di alcune immagini finisce per perdersi in un uso insistito dei rallenty, a tratti pregni di una comicità involontaria causata non tanto dai protagonisti, piuttosto dal loro continuo girare a vuoto fra caratteristiche troppo vaghe e stereotipate per assumere una vera indole, la definizione di un personaggio che susciti qualcosa. E questo ci porta alla questione fondamentale: gli attori. Tralasciando Emma Watson di cui s’è già detto (ti aspetti che da un momento all’altro pronunci un “Expelliamus” e corra da Rupert Grint), tutti gli altri interpreti sono talmente poco approfonditi che risulta inadeguato ogni loro atteggiamento, ogni gesto o considerazione. L’unico che sembra rendersi conto degli errori commessi è Marc (“È evidente che l’America abbia un’attrazione malata per queste cose alla Bonnie e Clyde”), paradossalmente il più fragile, il più malleabile, mentre gli altri sono solo macchiette in un universo giovanile tutto uguale, senza eccezione neppure per quella che fu considerata la mente di ogni operazione, Rebecca (Katie Chang), adolescente impersonale che la Coppola prova a descrivere nella sua totalità tramite il rallenty durante il furto del tanto agognato Chanel numero 5.

Azzeccate le musiche, con il tocco finale di Frank Ocean e la sua “Super Rich Kids” (with Nothing but Fake Friends), scrupolosamente studiate le ambientazioni e i colori, tutto si trova però a fare i conti con una cornice imprecisa, in bilico fra dramma, documentario e racconto asettico, che tuttavia non riesce granché in nessuno dei tre generi perché non emoziona, non evidenzia dati con la perizia del giornalista né si sforza di dare una continuità narrativa alla storia.

di Marco Ciotola

Magnifica presenza, i soliti fantasmi a Roma

12 agosto 2012 Lascia un commento

Tutti i temi cari ad Ozpetek, dall’omosessualità alla guerra fino alla fugacità della giovinezza, si intrecciano in Magnifica presenza ultima fatica del regista turco-italiano che segue le vicende di Pietro, pasticciere gay col pallino del successo cinematografico. Ad un prezzo stranamente ridotto Pietro trova una grande casa in centro a Roma e vi si trasferisce rendendosi ben presto consapevole della presenza di una compagnia teatrale di fantasmi che popola il suo salotto.

Ad una prima occhiata la trama, talmente strana da apparire impraticabile registicamente, fa storcere il naso, ma è soprattutto nelle sequenze iniziali del film che Ozpetek dà prova di muoversi con discreta disinvoltura in un territorio, quello della commedia, che non gli è quasi mai appartenuto. Grazie anche alla genuina naturalezza di Elio Germano la prima parte risulta scorrevole e non risparmia qualche risata di gusto. Dopo svariati dialoghi con gli attori-fantasmi Pietro scopre il mistero che circonda la compagnia teatrale Apollonio, scomparsa misteriosamente nel 1943, in un intreccio di storie personali e trama generale che culminano in un finale dove, tutto sommato, i conti tornano e si riescono a perdonare ad Ozpetek anche tutte quelle esasperazioni sceniche come il Platinette-Marlon Brando a capo di un gruppo di transessuali che confezionano cappelli in un sottoscala con atmosfera cupa e ambigua (un richiamo al colonnello Kurtz di Apocalipse Now?).

 Ancora una volta però l’insistenza sui temi e le strutture caratteriali care ad Ozpetek, pur se effettivamente funzionale alla trama, finisce per risultare stucchevole, quasi un forzato spostamento della storia su questioni e prototipi già studiati e sviscerati, in cui quindi muoversi più agevolmente. La scoperta della vera identità dell’uomo, come la scoperta di un preciso responsabile nella felicità e infelicità altrui sembra essere il vero filo conduttore nella pellicola, un viaggio nell’identità delle persone, effettuato però anche qui con strumenti preconfezionati.

Un po’ La finestra di fronte per il parallelo storico con la seconda guerra mondiale, un po’ Le fate ignoranti e Mine vaganti per i temi dell’omosessualità e la scoperta della propria natura, a tratti anche Cuore Sacro per il cambiamento viscerale dei suoi protagonisti, l’autore turco-italiano sembra peccare di ripetitività ed anche laddove provi ad osare, ricalca una struttura narrativa che, di fatto, porta ad una conclusione che pare non tramutare mai, è sempre uguale.

Una visione nel complesso piacevole, contornata da ottime prove attoriali, da Germano passando per la Buy e Beppe Fiorello, fino alla novantenne Anna Proclemer (Livia Morosini),  abile nel suggerire, nella sequenza finale, il rifiuto della caducità delle cose.

This must be the place

22 ottobre 2011 Lascia un commento

«Qualcosa mi ha disturbato. Non so esattamente cosa, ma qualcosa mi ha disturbato».

Anticipavano tutti che fosse un azzardo e che vantasse una grande interpretazione di Sean Penn. Fin qui forse ci siamo, ma credo che giustificare l’inutilità di fondo del film con questi due fattori sia sbagliato. Prima di tutto, qui non siamo di fronte ad un’opera immatura, ma siamo di fronte ad un eccesso che come tutti gli eccessi finisce per specchiarsi troppo e crogiolarsi nei clementi sorrisi del pubblico. Non che la storia pecchi di originalità, ma per quanto Cheyenne, cinquantenne rock star in declino che si mette alla ricerca dell’aguzzino nazista del padre, rappresenti il disincanto dell’eterna giovinezza che si scopre irrealizzabile, risulta estremamente difficile continuare a muoversi fra un non-sense che pare non portare da nessuna parte, fra dialoghi inverosimili, stretti rapporti d’amicizia nati con quattro parole e discorsi sul significato della vita intrapresi con sconosciuti al tavolo di un pub.

Così come mi aveva deluso il finale de L’amico di famiglia che prima costruisce una delle intelaiature più importanti nei film italiani dell’ultimo decennio e poi si perde per cercare di dare ai personaggi delle caratteristiche che non esistono nella realtà, allo stesso modo e forse senza nessun effetto sorpresa delude This must be the place che può senz’altro vantare una certa coerenza visto che, almeno, non abbandona mai registro. La vacuità di ogni cosa, che trova rifugio in ogni personaggio e in particolare nella figura di Cheyenne, riceve una tenace conferma nel monologo finale del novantenne che spiega al protagonista come l’odio del padre nei suoi confronti sia scaturito da uno stupido battibecco conclusosi con una brutta figura di quest’ultimo che «si è fatto la pipì sotto davanti a tutti». Fra milioni di morti, lavori forzati, malattie e denutrizione quello che contava per lui non era altro che l’umiliazione, lo scoprirsi deboli e impauriti davanti agli altri, anche se gli altri, come te, sono in prossimità di una morte certa. È probabilmente questo il senso, forte ma non immediato. Nessuno sembra disposto ad accettare la propria natura, così restano tutti bambini con licenza di essere ingenui, di truccarsi sperando che tutto quel cerone non vada mai via.

L’olocausto è in fondo solo un pretesto per dare più forza al racconto, quasi come lo era la chiesa in Habemus papam di Moretti. Ma nel film del regista romano l’occhio sulla debolezza umana era accanito, efficace e soprattutto si risolveva in un’inevitabile accettazione: «Io non ce la faccio, non sono la persona adatta». Nella pellicola di Sorrentino non c’è tutto questo. La punizione, se così si può chiamare, è suggerita e inflitta da personaggi immaturi che non crescono neanche in un finale che li vede per la prima volta privi di trucco. L’unico messo metaforicamente e letteralmente a nudo è l’aguzzino nazista ormai alle soglie della fine, in una pena che più di contrappasso sa di catarsi. Sembra pagare lui per tutti.

Una visione nel complesso scorrevole, per la bravura degli attori tutti e perché sai che ogni dismisura è voluta e studiata, ma il parallelismo fra le frequenti sensazioni del protagonista e quelle di una buona fetta di pubblico durante la proiezione è un buon motivo per giudicare il film non propriamente riuscito: «Qualcosa mi ha disturbato. Non so esattamente cosa, ma qualcosa mi ha disturbato».

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Bastardi senza gloria

6 aprile 2011 Lascia un commento

Incuriosisce, diverte e coinvolge l’ultimo lavoro di Tarantino omaggio a un film italiano di Enzo G. Castellari del 1978 e continua rivisitazione, tramite colonne sonore e inquadrature ravvicinate, dei film dell’immortale Sergio Leone.  Tarantino prende la storia e la rivolta, la sconvolge, la riscrive facendoci vedere quello che molti avrebbero voluto vedere davvero. La pellicola, divisa in cinque capitoli, prende il via nella Francia occupata dai nazisti dove Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent) riesce a scappare dopo aver assistito al massacro della sua famiglia. Alcuni anni dopo la stessa ragazza dirige un cinema a Parigi sotto falsa identità e gli capita quasi per caso una preziosa occasione per vendicare una volta per tutte le infamie subite. Al contempo un gruppo di soldati ebrei guidati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt) semina il panico fra i nazisti uccidendoli e torturandoli  fino a che non si presenta anche per loro l’occasione per un colpo molto grosso.

Non è come si potrebbe pensare un film di sola azione, sparatorie e uccisioni anzi per la maggior parte del tempo può dirsi un film statico che non perde mai, neanche per un istante, la brillantezza, l’ironia, la genialità. Tarantino gioca con i personaggi, dando a tutti caratteri forti, sempre riconoscibili e a tratti anche un po’ stereotipati. Se la spassa con i dialoghi carichi di sarcasmo, si diverte con le citazioni ed i rimandi ad altri film, ci fa rivivere anche un tratto di una delle fiabe fanciullesche più conosciute in assoluto come Cenerentola anche se poi la Cenerentola in questione finisce strangolata. Gioca con il pubblico, con i personaggi e con i sentimenti facendo scorrere il tutto in un contesto ben definito per cui ogni cosa risulta modellata da quella realtà che lo spettatore ha modo di fare sua sin da subito. Lo stesso regista afferma di aver mescolato insieme lo spaghetti western, il war movie, il thriller, il comico, la spy story per uscire dai canoni banali con cui viene troppo spesso raccontata la seconda guerra mondiale.

Se il film riesce nell’impresa di risultare semi-realistico gran parte del merito va a Christoph Waltz (colonnello Hans Landa), semplicemente perfetto nei panni di un cacciatore di ebrei estremamente motivato e convinto dell’utilità delle sue azioni, abile con la parlantina e quasi robotico nelle movenze. Convincente e particolarmente ironico anche Brad Pitt, tenente solido ed imperturbabile alla guida dei Bastardi.

Si è parlato di scene molto violente e in effetti la violenza, seppur in pochissime sequenze, c’é ma non è mai gratuita, piuttosto è ironizzata, esasperata, tanto da non risultare per nulla disturbante proprio perché è inserita in una cornice grottesca. Il desiderio di vendetta, che sembra la colonna portante del film,  si affievolisce  nel finale lasciando spazio alla speranza. La speranza di salvezza per milioni di persone.

È chiaro che il cinema permette di fare molte cose, anche di riscrivere la storia, ma occorre essere davvero bravi per non risultare ridicoli. Tarantino lo è.

La vittoria degli Inception

3 febbraio 2011 Lascia un commento

La seguente analisi, assolutamente da non considerarsi una recensione, fu una reazione a caldo di qualche mese fa, pubblicata dopo aver origliato le dichiarazioni entusiastiche di centinaia di persone che giudicavano l’opera di Nolan (Inception, 2010) “uno dei più bei film della storia del cinema”. Al di là delle considerazioni sottostanti che comunque rimangono soggettive, l’evento cinematografico in sé, accompagnato e seguito da decine di opere simili, mi fece riflettere sul ruolo che gli effetti speciali stanno assumendo nel panorama filmico degli ultimi anni e su quanto siano, per la maggior parte del pubblico, indispensabili per una valutazione positiva della pellicola. Dopo The Passion di Mel Gibson e Hereafter di Clint Eastwood prevedo un futuro sempre più roseo (o nero) in questo senso, per la gioia dei giovani aspiranti registi in cerca della storia vincente (che non serve più) e di quelli che, come me, vogliono vedere la nuda e cruda realtà passare attraverso uno schermo.  Il pubblico sovrano, come è giusto che sia, vince senza troppi patemi d’animo e non ha che l’imbarazzo della scelta, proprio come i canali di youtube che in base a quello che hai visto una volta ti reindirizzano ai generi che potrebbero interessarti e giorno dopo giorno le tue passioni si appiattiscono.

Autoerotismo. Ecco cos’è questo film, un continuo guardarsi allo specchio, toccarsi e dirsi “Ehi sono bello”. Autoerotismo registico. Passi pure il fatto che uno spettatore medio sbarcato al cinema dopo le fatiche quotidiane e in attesa di un lieto diversivo debba porre un’attenzione spasmodica, cercare di ricordare cos’era successo qualche secondo prima, chi era quello e a che livello siamo adesso. Passi, perché se il cinema non è impegno sociale è sicuramente impegno culturale, un grande impegno culturale. Ma un film che snatura e smonta con facilità e presunzione disarmante l’indole sacra e misteriosa dei sogni,  banalizzandoli e holliwoooddizzandoli (passatemi il termine) per più di due ore non apponendo nessuna distinzione fra esistenza onirica e vita reale, trattando i sogni esattamente come la realtà ma con più armi e macchine di lusso, è una cosa che non può sfilare inosservata.

In questo film i protagonisti – che devono a tutti i costi impiantare un’idea nella mente di un ricco uomo d’affari – spaziano su tre livelli di una banalità disarmante, lasciandosi dietro prima i loro corpi addormentati, poi i loro corpi addormentati nel sogno e poi i loro corpi addormentati nel sogno del sogno, dando vita a immagini che dovrebbero lasciare segni indelebili nella mente dello spettatore ma che si risolvono in comici siparietti dove sei persone sdraiate a casaccio in una stanza d’albergo ronfano a tutto spiano, manco fosse l’ospizio di Santa Maria di Loreto.

Ecco perché anche tutti quegli effetti speciali (eccezionali) risultano ridicoli e fuorvianti  con i protagonisti che li vivono ed hanno le stesse identiche reazioni che avrebbero di fronte al mondo reale; davanti a due parti della città che si fondono l’una nell’altra o ad una serie di esplosioni e scosse che fanno tremare la terra. Fra una sparatoria ed un combattimento alla Matrix, Nolan cerca di inserire spiegazioni dopo spiegazioni per istruire lo spettatore e orientarlo nella narrazione scordandosi che questo è cinema e le istruzioni dovrebbero darle le immagini, che trascinano stancamente  i personaggi a 120 all’ora in una strada di città, li fanno (letteralmente) volare in un albergo per poi catapultarli su una montagna innevata; tutte ambientazioni indiscutibilmente molto belle, ma talmente vistose e cinematografiche da creare un terribile paradosso: anche i sogni finiscono per aderire alle spietate leggi del denaro e degli effetti speciali?

Cambio di prospettiva

15 gennaio 2011 3 commenti

Ad un certo momento della sua vita Patch incontra Arthur che gli mette davanti quattro dita e gli chiede: “quante dita vedi?”
Patch, come noi, si ostinava a concentrarsi sul problema e non poteva che rispondere: “quattro…”
Silvio Berlusconi pare muovesse un giro di prostituzione minorile di cui forse egli stesso beneficiava; oggi è arrivata la notizia e tutti noi ci stiamo focalizzando (di nuovo) sul problema. Siamo tutti concentrati sul complotto della magistratura, sul tempismo della giustizia, sull’utilizzatore finale, sullo scandalo e la vergogna, su un reato infame, sull’infondatezza delle accuse. Tutti coscienti di svolgere il proprio dovere di cittadino informato ed informante, cercando di cavar fuori l’interpretazione più azzeccata, quella inattaccabile e, per i più audaci, quella vera.
Ci focalizziamo sul problema, come Patch, e come lui sbagliamo risposta.
Forse aveva ragione Arthur, forse il problema non è poi così importante, forse se i problemi seguitano a presentarsi ciclicamente continueranno ad essere importanti solo finchè non si presenterà il successivo. Guardando oltre, però, la prospettiva cambia. Oggi è facile sparare a zero su Berlusconi, oggi siamo tutti anti-berlusconiani, oggi qualcuno si sentirà ancora più orgoglioso di non averlo mai votato, ma sono considerazioni sterili perché la chiave di lettura è un’altra: oggi via Berlusconi, ma domani?
Qualche anno fa Mussolini salì al potere e l’Italia si divise tra i suoi sostenitori e i suoi detrattori, tra chi lo considerava un delinquente e chi un grande statista; ad oggi tutti sappiamo come andò a finire ma molti vorrebbero ancora dedicargli delle vie.
Mussolini cadde rovinosamente e nel 1947 Andreotti diventa sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: rimarrà in Parlamento fino ad oggi, attraversando gli anni di piombo, Gladio, il caso Calvi e quello Moro.
Il comunismo quindi cadde rovinosamente, venne così il tempo di Craxi e l’Italia si divise tra i suoi sostenitori e i suoi detrattori, tra chi lo considerava un delinquente e chi un grande statista; ad oggi tutti sappiamo come andò a finire ma molti vorrebbero ancora dedicargli delle vie.
Craxi cadde rovinosamente, venne Berlusconi e l’Italia si divise tra i suoi sostenitori e i suoi detrattori, tra chi lo considera un delinquente e chi un grande statista; ad oggi non si sa ancora come finirà ma a questo punto dovrebbe essere facilmente ipotizzabile.
Berlusconi cadrà rovinosamente, ma molti gli vorranno comunque dedicare delle vie, eppure ci ostiniamo a focalizzarci su un nuovo scandalo, una nuova crisi, l’età di Ruby, le dichiarazioni della D’Addario, la festa di Noemi, tutti fatti di una vita privata che nulla hanno a che fare con la cosa pubblica. L’epoca di Berlusconi finirà, vuoi politicamente vuoi fisiologicamente, ma abbiamo mai pensato a cosa verrà dopo?

Tre

31 dicembre 2010 Lascia un commento

Non c’è neanche da essere così d’accordo sul fatto che per dovere di calendario l’ultimo giorno dell’anno occorra scrivere qualcosa per forza. Di fatti non volevo farlo. Poi però, capite com’è, si gira e si rigira per la rete sapendo, per rimanere in tema Troisi, da cosa fuggiamo ma non cosa cerchiamo, e si inciampa in quella realtà che ti fa sorridere, non riflettere, solo sorridere e vuoi condividerla, sbagliatissimo anche questo perché oramai il concetto di ‘tenere una cosa per sé’ è andato a farsi benedire. 
Brevemente. Un anno di guerre è passato, un altro anno di guerre sta cominciando. Con la speranza che la vostra pistola si inceppi non appena le intenzioni si fanno più bellicose, con la speranza che le armi migliori se le siano prese persone che ragionano poco e si lasciano trasportare e che quelle persone siano (è sempre quello l’augurio) una minoranza, con la speranza che tutti abbiano una base, solida o meno da cui, non ripartire (perché nessuno si ferma) ma proseguire. Con la speranza che chi vuole andare vada, e chi vuole restare resti. Con la speranza che anche se le certezze sono sempre di meno, la voglia aumenti sempre di più.