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Punto Basket – Speciale Eurolega

6 maggio 2011 Lascia un commento


Inizia oggi il week end decisivo per sapere chi salirà, da vincitore, sulla cima del Montjuìc. La notizia è che non ci saranno i padroni di casa a fare i dovuti onori. Già perché il FCB Barcellona, campione uscente, ritenuta a inizio stagione la più forte, al pari dei colleghi calciatori, non ce l’ha fatta a superare i greci del Panathinaikos, e ha visto sfumare il sogno di vincere il massimo alloro sullo sfondo della propria città. L’ uscita di scena dei blaugrana, accreditabile, fra le altre cose, al non ottimale stato di forma di Ricky Rubio, gioiellino proveniente dalla cantera, forse distratto da voci provenienti dall’altra parte dell’Atlantico, lascia spazio ad un finale di torneo quantomai incerto. Di seguito, un’analisi sulle quattro compagini rimaste a contendersi il titolo di regina d’Europa.

Montepaschi Siena L’occasione è ghiotta. Per la truppa di Pianigiani, che ha dominato in lungo e in largo i parquet italiani negli ultimi anni, si prospetta, finalmente, la possibilità di entrare nell’Olimpo della palla a spicchi europea. I toscani sembravano destinati, dopo la prima partita dei quarti, al ruolo di sparring partner per il ben più quotato Olympiacos. Ma dopo quella gara il Montepaschi ha messo in mostra i muscoli, sfoderando tre prestazioni epiche e rimandando a casa i finalisti dell’anno passato. Eroe della serie è stato senz’altro Marko Jaric, uno dei migliori giocatori visti in Europa negli ultimi dieci anni, passato poi in NBA senza lode e senza infamia, e approdato a Siena dopo un’annata difficile al Real di Ettore Messina. Ingaggiato per sopperire all’assenza per infortunio di Bo McCalebb, il serbo sembava non essere più in grado di eguagliare i fasti del passato. Invece, insieme al ritrovato Malik Hairston, sono stati decisivi per l’approdo alle Final Four. Il vero punto di forza è però la vecchia guardia: Kaukenas, Lavrinovic, Zisis e Stonerook. In particolare il capitano, vero fenomeno della squadra, è una testa che ragiona a velocità doppia rispetto agli altri, e quando serve è in grado di mettere punti decisivi da dietro l’arco. Insieme ai “nuovi” Rakovic, Moss e McCalebb (sarà fondamentale il suo recupero), oltre che i sopraccitati Jaric e Hairston, formano una squadra che può mettere in difficoltà chiunque.

Panathinaikos B.C. Sono due i nomi che fanno capire alla MensSana che avrà un osso durissimo da rodere. Il primo, Zeljko Obradovic: il coach più vincente in Europa nei tempi moderni, dal ’99 alla guida del Pana, che ha portato alla conquista di 4 titoli di Eurolega e innumerevoli trofei nazionali. Ultima impresa, il capolavoro difensivo messo in scena contro il Barcellona. Il secondo nome è quello di Dimitris Diamantidis: il miglior giocatore del Vecchio Continente, eletto miglior difensore dell’Eurolega dal 2005 al 2009, MVP delle Final Four 2007. Dopo aver vissuto un anno di flessione, che ha colpito tutta la squadra, è tornato con la migliore stagione offensiva della propria carriera, viaggiando ad oltre 17 punti di media nella serie contro i blaugrana. L’impianto della squadra, con Batiste, Nicholas, Perperoglou, Tsartsaris e Fotsis, è lo stesso da anni, e non ha prticolarmente risentito delle partenze di Pekovic e Spanoulis. Anzi, proprio l’addio del play greco ha permesso a Diamantidis di liberare il proprio potenziale anche nella fase offensiva. La sfida con Siena sarà durissima e incerta, e la sensazione è che proprio da questa semifinale uscirà la vincitrice del torneo.

Maccabi Electra Tel Aviv Da diversi anni i gialloblu di Tel Aviv fanno presenza fissa alle Final Four, forti di un palazzetto e di un pubblico che per presenza e calore hanno pochi uguali in Europa. Loro l’Eurolega l’hanno pure vinta, nel 2005 e nel 2006, e sebbene appaiano un po’ più in basso rispetto a Montepaschi e Pana, sono senza dubbio un avversario da non sottovalutare. Il nucleo della squadra allenata da Blatt è costituito da parecchi ottimi israeliani, come Burstein, Eliyahu, Blu e Pnini, insieme al centro greco Schortsanitis e agli americani Pargo e Perkins. Proprio quest’ultimo, decisivo nel corso della stagione, ha però riportato un grave infortunio al ginocchio nell’ottavo contro Vitòria, che lo terrà lontano dal parquet per il resto della stagione. Nonostante abbiano perso questo importante pezzo, il Maccabi resta comunque favorito per la sfida con il Real e, se tale previsione dovesse avverarsi, saranno un ostacolo duro da affrontare in finale.

Real Madrid La squadra con più titoli europei, rimasta orfana a metà stagione di Ettore Messina ed affidata al suo vice Lele Molin, sembra delle quattro rimaste quella meno attrezzata per vincere il torneo, avendo faticato parecchio per avere sconfiggere Valencia, squadra rivelazione, nei quarti. Le grandi spese fatte da Florentino Perez negli ultimi due anni per riportare a Madrid il titolo europeo, che manca dal ’95, non hanno finora condotto ai risultati sperati, neanche con il miglior allenatore in circolazione. Un po’ come sta avvenendo per i colleghi calciatori. Tuttavia loro, i cestisti, una soddisfazione se la sono già tolta, vale a dire la possibilità di giocare la Final Four a Barcellona, mentre i rivali di sempre dovranno guardarsela da casa. Le possibilità delle merengues sono affidate a Tomic, centro croato con un futuro NBA, a Prigioni, play argentino con passaporto italiano, all’ala serba Velickovic e agli spagnoli Suarez e Reyes. Giocare in casa del Barcellona, e potersi guadagnare la rivalsa nei confronti dei blaugrana, potrebbe costituire una marcia in più per gli spagnoli, e in particolare per Sergio Llull, bandiera della squadra, letale da dietro la linea dei tre punti.

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Punto Basket – Speciale Playoff NBA

1 maggio 2011 Lascia un commento

Archiviato il primo turno di post-season, già qualche verdetto è stato emesso. Il più clamoroso è senz’altro l’uscita di scena dei San Antonio Spurs, migliore record ad Ovest, per mano dei semi-sconosciuti Memphis Grizzlies. I ragazzi di Gregg Popovich hanno infatti incassato un netto 4-2 dalla franchigia del Tennessee, segno del fatto che la celebre dynasty, che ha portato alla città texana ben quattro titoli NBA, sembra avviata sul viale del tramonto: la faccia che dice più di tutto a questo proposito è quella di Tim Duncan, che ha fatto registrare le peggiori prestazioni della carriera in post season per media punti e rimbalzi. Le soprese, però, potrebbero non essere finite qui. Nelle righe che seguono, una panoramica sulle semis che si giocheranno nei prossimi giorni, con un personalissimo pronostico per ognuna di esse. Partiamo proprio da quella che vedrà impegnati i mattatori degli Spurs.

Oklahoma City Thunder – Memphis Grizzlies A nulla sono valsi i tentativi di Tony Parker e Manu Ginobili, per superare una Memphis senza grandi nomi, ma dotata di grande freschezza e dell’incoscienza della gioventù. Uno dei maggiori artefici della vittoria sugli Spurs, nonché della favolosa stagione della squadra di coach Hollins fino a questo momento, è senz’altro Zach Randolph, che a trent’anni sembra aver finalmente messo la testa a posto, e che ha sfornato la migliore stagione della carriera. Non bisogna però dimenticare un manipolo di giovani in rampa di lancio come Mayo, Gasol (piccolo), Conley e Vasquez, oltre ai più esperti Powe, Allen e Battier. In semifinale di Conference incontreranno i Thunder di Oklahoma City, altra squadra ricca di giovani scalpitanti come Durant (miglior marcatore della regular season) Harden, Ibaka, Westbrook e Sefolosha. A questi si è unito anche Kendrick Perkins, centro ex Celtics già vincitore di un titolo NBA. Il pronostico è a favore dei Thunder, sulla base di quanto fatto vedere da ottobre ad oggi; ma sulla carta anche gli Spurs erano superiori ai Grizzlies, per cui è lecito aspettarsi di tutto da questa serie, specie se i compaesani di Elvis potranno contare sulla spinta di un FedEx Forum che mai aveva visto tanta affluenza di pubblico come in questi giorni. Ciò che è sicuro è che, e siamo pronti a scommetterci, queste due squadre nel giro di qualche anno potranno competere stabilmente per le pù alte posizioni della Western. Pronostico: Thunder

Los Angeles Lakers – Dallas Mavericks I campioni in carica sono reduci da un’annata strana, fatta di alti e bassi. Rispetto all’anno passato, l’impianto è lo stesso e la panchina è più lunga, tuttavia il record è peggiorato, assieme alle prestazioni dei singoli, in particolare Gasol (grande) e Artest. Restano comunque i favoriti per questa serie e per la supremazia a Ovest. La marcia in più potrebbe giungere da Phil Jackson, che già da un po’ ha finito le dita in cui infilare anelli, ma che ha fatto capire che potrebbe abbandonare il basket a fine stagione. C’è quindi da scommettere che Kobe Bryant e i suoi daranno l’anima per fare questo (possibile) regalo d’addio allo storico coach. Di fronte a sé incontreranno però Dallas, da diversi anni presenza fissa nei playoff. Marion, Terry, Chandler, Butler e Barea, oltre che l’inossidabile Kidd e l’All-Star Nowitzki (miglior talento europeo degli ultimi anni) sono le carte a disposizione di coach Carlisle per tentare di mettere in difficoltà i Lakers. Dovessero vincere la serie, i Mavericks avrebbero la seria possibilità di accedere alle Finals, dove sono già stati nel 2006, per poi clamorosamente perdere dopo essere stati avanti 2 a 0 contro Miami. Pronostico: Lakers

Chicago Bulls – Atlanta Hawks Un uomo solo al comando: Derrick Rose. Da lui dipenderanno le sorti dei Tori. Se le sue prestazioni rimarranno sui livelli della stagione regolare, la squadra di Thibodeau dovrebbe aver facilmente ragione degli Atlanta Hawks, e a quel punto potrebbe sognare la finale NBA, da guadagnare contro la vincente fra Boston e Miami. Ma per il momento c’è da pensare alla semifinale, in cui incontreranno gli Hawks, che un po’ a sorpresa hanno sconfitto i peggiori Orlando Magic degli ultimi anni. Le possibilità di Atlanta sono affidate alla classe di Joe Johnson, apparso comunque in calo rispetto alla stagione passata, e all’esplosività di Al Horford e Josh Smith. Attenzione, inoltre, al contributo dalla panchina di Jamal Crawford, per distacco migliore dei suoi nella serie contro Orlando. Pronostico: Bulls

Boston Celtics – Miami Heat Probabilmente la semifinale più equilibrata. Sicuramente, la più spettacolare. Bulls permettendo, qui ci si gioca la supremazia a Est. I Verdi del Massacchussets, che hanno spazzato via New York, sono gli stessi che hanno vinto il titolo nel 2008: i big three che poi sono diventati big four con l’aggiunta del miglior play in circolazione, Rajon Rondo. Nonostante abbiano subito una mini rivoluzione, con la partenza a metà stagione di Perkins e l’arrivo di Jermaine O’Neal nel ruolo di pivot, la difesa è la migliore della NBA, con 81 punti concessi a partita. L’unica cosa da verificare sarà la tenuta fisica dei “vecchi”. Se sarà ottimale, i Celtics potrebbero aggiudicarsi il titolo di Conference per poi incontrare i rivali di sempre (i Lakers) nella più classica delle Finali. Dall’altro lato, ci sono però altri tre big, che compongono, forse, il terzetto più spettacolare mai visto sui parquet NBA. Se vogliono arrivare fino in fondo, Wade, James, Bosh e compagni devono fare una sola cosa: correre, correre, correre. Gli Heat sono infatti quasi inarrestabili in situazioni di campo aperto e transizione, mentre nel corso della stagione hanno palesato una notevole difficoltà contro la difesa schierata. E poiché proprio la difesa è il punto forte della squadra di Doc Rivers, e visto che, in genere la somma dei giocatori in campo non fa il totale (il Real Madrid, calcisticamente parlando, insegna), la sensazione è che saranno i Celtics a spuntarla, anche se la serie sarà moolto lunga. Pronostico: Celtics

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Memorie d’una casa morta

1 aprile 2011 Lascia un commento


Correva l’anno 1854 quando Dostoevskij venne scarcerato dalla fortezza siberiana di Omsk. Era stato arrestato sei anni prima con l’accusa di partecipazione a società segreta con finalità sovversive; scampò anche al plotone d’esecuzione, quando all’ultimo istante la sua pena fu commutata al bagno penale. Egli rimase profondamente segnato da quegli anni ai lavori forzati, che racconta per bocca di un immaginario personaggio della nobiltà russa imprigionato per aver ucciso la moglie. Ne nasce un’analisi cruda e spietata, una categorizzazione di un rigore quasi scientifico, dell’umanità ivi rinchiusa. Ognuno dei personaggi narrati è descritto in ogni piega della propria personalità e sensibilità, del proprio pensiero. In tale immensa varietà, tuttavia, sono tutti accomunati dal marchio che la permanenza nella fortezza ha lasciato su di essi. La prigionia, l’oppressione, le bastonate, i ferri ai piedi, la testa rasata, le angherie dei superiori, l’odio verso i propri compagni, gli insulti, i racconti raccapriccianti uditi nell’aria malsana ed asfissiante dell’ospedale, il bagno in cui ci si lava tutti assieme con un solo secchio d’acqua a testa, la sempre uguale minestra di cavoli a pranzo, il disperato e continuo tentativo di vincere l’uggia delle interminabili giornate della camerata. I forzati, i soldati, gli abitanti del vicino villaggio, gli infermieri, persino gli animali: chiunque venga a trovarsi a contatto con la fortezza ne subisce irrimediabilmente l’influsso negativo. Tuttavia, una flebile speranza per tutti loro resta: infatti, se si riesce a trovare uno scopo che sia uno, si trova anche la forza di andare avanti, malgrado tutto. E allora lo si cerca nell’contrabbando di acquavite, nelle preghiere, nel gioco d’azzardo, nel teatro, nell’organizzazione di una protesta o delle festività del Natale. Se ha uno scopo, un uomo, non fosse che per un momento, è come se potesse assaporare una sorta di libertà, e quindi può continuare ad essere un uomo e a sentirsi tale, mentre conta i giorni che mancano alla sua scarcerazione e fantastica sulla sua vita dopo.

La storia dell’umanità è in qualche modo legata alla storia delle carceri, come osserva il Bazzarelli in una sua introduzione al romanzo, in quanto nei millenni, esse hanno costituito uno dei simboli del potere vigente, e la soluzione contro chi al potere si è opposto, contro chi ha commesso dei crimini o contro chi è diverso. Molti luoghi di detenzione hanno poi fatto nascere una importante letteratura sul genere. Da questo punto d vista, le “Memorie d’una casa morta” sono universalmente considerate precursori di questo genere, che ha probabilmente trovato la sua espressione più nota in “Se questo è un uomo”. La fortezza di Omsk non è però Auschwitz, né un gulag, né Abu Ghraib, in quanto in questi luoghi si è cercato di distruggere l’anima e la dignità degli esseri umani. Dostoevskij riconosce questo merito al sitema carcerario della Russia zarista, lasciando un’importante lezione, valida anche ai giorni nostri, che trascrivo in forma di citazione:

“…ogni uomo, chiunque egli sia e per quanto avvilito, purtuttavia, anche se istintivamente, anche se inconsapevolmente, pretende che si rispetti la sua dignità umana. Il detenuto medesimo sa di essere un detenuto, un reietto, e conosce il suo posto di fronte ai superiori; ma con nessun marchio, nessuna catena potrei fargli dimenticare che è un uomo. E poiché egli è in realtà un uomo, di conseguenza bisogna anche trattarlo umanamente. Dio mio! Un trattamento umano può umanizzare perfino qualcuno su cui l’immagine di Dio si è da tempo offuscata…”

Viva l’Italia

18 marzo 2011 1 commento

Centocinquant’anni fa nasceva lo Stato Italiano. L’unità ritrovata dopo quasi un millennio e mezzo, da quando l’ultimo discendente della stirpe dei Cesari fu consegnato alla storia. Una storia gloriosa, in cui per anni il centro del mondo si è trovato al centro del celebre Stivale. Dopodiché, secoli e secoli di occupazioni, invasioni, dominazioni. Visigoti, Bizantini, Longobardi, Normanni, Arabi, Francesi, Spagnoli, Austriaci, Tedeschi, Inglesi, Americani. Ognuno di questi popoli ha considerato l’Italia come una terra di conquista, attratto dall’importanza strategica, culturale, commerciale che essa ha sempre rivestito. Centinaia di Principati Ducati Granducati e Arciducati, papi che combattono imperatori, imperatori che nominano antipapi, intrighi, società segrete, pugnalate alle spalle, cannonate, saccheggi, alleanze durate un solo giorno, città vicine che d’un tratto si trovano a dover combattere l’una conto l’altra, battaglie fra condottieri stranieri, campagne bruciate, città distrutte e ricostruite e di nuovo distrutte e di nuovo ricostruite. Gli orrori di due guerre mondiali combattute in casa nostra, l’oppressione fascista, le grida dei nostri concittadini trucidati dal piombo straniero, i soffitti delle nostre case che tremano al passaggio di eserciti tedeschi e americani e crollano sotto colpi di mortaio. Il nostro Paese ridotto ud un cumulo fumante di macerie. Fino ad arrivare al 2011, in cui i problemi che ci si pongono sono diversi, complessi e delicati: politici corrotti, disoccupazione, immigrazione, crisi economica, terremoti, un’immagine e un ruolo a livello internazionale da ridisegnare.

Nell’affrontarli, non dobbiamo tuttavia dimenticare una caratteristica che solo noi al mondo possediamo: quella di essere un po’ greci e un po’ romani, un po’ francesi e un po’ arabi, un po’ spagnoli e un po’ levantini. Ognuno dei popoli che è passato per il nostro Stivale ha infatti lasciato in retaggio una parte della propria cultura, delle proprie usanze, del proprio cuore e della propria mente. Abbiamo saputo condensare in noi le migliori qualità di tutte le genti. E dato i natali a moltissimi grandi uomini: Galilei, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Dante, Verdi, Rossini, Vivaldi, Garibaldi, Mazzini, Cavour, fino ad arrivare ai moderni Fermi, Rubbia, Mattei, Fo eccetera. Alcuni di questi grandi uomini avevano un sogno chiamato Italia. Centocinquant’anni fa l’hanno realizzato.

E se accade di provare vergogna d’essere Italiani, essa non potrà mai superare l’orgoglio che ci provocano la nostra storia, la nostra cultura, le nostre città, le imprese dei nostri grandi concittadini di ieri e di oggi. Da ieri tutti noi abbiamo centocinquant’anni, e l’augurio è che, crescendo, non dimentichiamo mai di essere Italiani, e che siamo fieri di esserlo.

Punto Basket 2

2 marzo 2011 2 commenti

Uno-sette. Questo il record negativo della Miami dei Big 3 contro le formazioni di più elevata caratura della lega. L’ultima sconfitta sul parquet dello United Center di Chicago. La sensazione è che manchi ancora qualcosa alla franchigia della Florida per potersi ergere al comando della Eastern, ancora dominata dai verdi di Boston; in particolare, i problemi principali per coach Spoelstra possono essere identificati in un roster meno lungo rispetto a quello delle altre contendenti al titolo, per motivi di tetto salariale, per cui accanto ai marziani Wade e James ci sono ottimi giocatori come Miller, Dampier e Haslem, mentre gli altri non sembrano essere all’altezza. Inoltre, è rilevante il fattore Bosh, giocatore che per caratteristiche può arrivare a prendersi anche 20 tiri a partita e fare 40 punti, ma che se è in cattiva serata al tiro può essere assolutamente deleterio, come dimostra l’imbarazzante 1/18 dal campo contro Chicago. Da sottolineare comunque l’eccellente prova dei Bulls, a buon diritto terza forza ad est, proprio dietro a Miami. Guidati dal fenomeno Rose, a cui è dedicata la copertina di oggi, e sotto la sapiente conduzione di coach Thibodeau, gli eredi di Micheal Jordan, dopo parecchi anni di purgatorio, sembrano finalmente pronti per il salto di qualità: forti di un roster che comprende Deng, attaccante pazzesco, Bogans, ottimo difensore, i gladiatori Boozer e Noah, il cecchino Korver e alcuni giovani di prospettiva come Gibson e Asik, stanno facendo capire che saranno un osso duro per chiunque. L’unica cosa da verificare sarà la tenuta psicologica all’impatto con i playoffs, ma le premesse per mettere in scena un grande finale di stagione ci sono tutte.

Per quanto riguarda i nostri connazionali, la notizia di questi giorni è il passaggio di Danilo Gallinari ai Denver Nuggets, nell’ambito della maxi-trade che ha portato Carmelo Anthony e Chauncey Billups nella Grande Mela. Questo trasferimento suona un po’ come un ridimensionamento per Danilo, costretto ad abbandonare una città che aveva imparato a conoscere e ad amare, per accasarsi in una Denver che ha rinunciato ad i suoi nomi di maggior spessore per avviare un progetto incentrato sui giovani. La speranza è che, in una piazza con meno pressioni, Gallo riesca ad esprimere appieno il suo grande talento e a candidarsi come uomo di riferimento della squadra, che comunque rimane pienamente in corsa per un posto ai playoffs.

 Nel nostro campionato, invece, il rullo compressore Montepaschi, fresco vincitore della Coppa Italia, procede a grandi balzi verso un finale di stagione che appare scontato sotto tutti i punti di vista: infatti, la nomina a capo allenatore di Dan Peterson da parte dell’Olimpia Milano finora non ha portato grandi risultati alla causa delle scarpette rosse, che sembrano destinate, al massimo, a giocarsi il secondo posto contro l’ottima Cantù. Decisamente più impegantivo, per la compagine senese, sarà l’ottavo di Eurolega  contro l’Olimpiacos, finalista dell’anno passato. Ottime notizie anche dalla Pepsi Caserta, che raggiunge Treviso agli quarti di Eurocup. Per concludere, una nota per l’All-Star Game in salsa nostrana, i cui una selezione dei migliori giocatori italiani, guidata da Pianigiani, affonterà i migliori stranieri del nostro campionato, guidati da Peterson. Da sottolineare la presenza di Alessandro Gentile, classe ’92 e figlio del grande Nando, uno dei migliori prospetti della nostra palla a spicchi, e di ben tre americani della Dinamo Sassari (White, Hunter e Diener), a dimostrare l’ottimo lavoro compiuto da dirigenza e coaching team di una squadra al debutto nella massima serie.

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La classe operaia non va in paradiso

15 gennaio 2011 1 commento

Ieri, a Mirafiori, storia e simbolo della più grande azienda italiana, che negli anni ha condiviso le vicissitudini dello Stato, si è consumata una battaglia le cui conseguenze restano di proporzioni difficilmente prevedibili. Dopo mesi segnati da nette controversie, ha prevalso la linea Marchionne, si dice grazie al voto favorevole dei colletti bianchi. Fra le tute blu, invece, le preferenze si sono divise in maniera pressoché equanime. Ma chi ha scritto sì, ha dichiarato di averlo fatto a denti stretti, perfettamente conscio del fatto che la Fiat (e l’Italia) ha un disperato bisogno dell’investimento da un miliardo di euro promesso, ma la ragione prevalente per molti di loro è stata la paura di vedere chiuso lo stabilimento e perso il posto di lavoro. Nonostante non si trattasse di elezioni politiche o regionali, quella di ieri notte è stata una delle votazioni più importanti dei tempi recenti. Essa è stata contraddistinta da quello che ormai è un imperativo ogni volta che si entra in un’urna nel nostro Paese: quella cioè di dover scegliere il minore dei due mali. Infatti da domani gli operai dovranno affrontare un aumento consistente del carico di lavoro, con l’eliminazione delle fisiologiche pause, facendo i conti con una riduzione dei diritti fondamentali come lo sciopero, pena licenziamento, e la possibilità di eleggere autonomamente i propri rappresentanti. Hanno scelto di sopportare tutto ciò in nome del benessere proprio e delle proprie famiglie, come dargli torto coi tempi che corrono. Ma quello cui sono stati messi di fronte ha tanto il sapore di un ricatto, della serie o con noi o contro di noi, e alle persone che hanno votato no va dato atto di aver dimostrato grande coraggio. Intanto molti politici italiani tirano un sospiro di sollievo, perché ancora una volta c’è qualcun altro che dovrà sobbarcarsi il peso della loro inettitudine, in questo caso gli operai.
Ora che le urne sono chiuse, la sensazione che si ha è quella di un’involuzione, un’inversione ad u, una rinuncia alle conquiste costruite con le fatiche dei nostri padri, dei nostri nonni e dei nostri bisnonni. Stare 10 ore al giorno in catena di montaggio ti massacra? Non lamentarti. Vuoi scioperare? Non puoi farlo. Bisogna stare attenti però, perché quella che si è imboccata è una strada pericolosa, al termine della quale potrebbero anche esserci le famose fabbriche-caserma stile Dickens. E in effetti, con i dovuti distinguo, le premesse ricordano vagamente quelle del biennio rosso, durante il quale gli operai occuparono le fabbriche del Settentrione; i cittadini, temendo una rivoluzione di stampo bolscevico, cominciarono allora a vedere sempre più di buon occhio quelle che molti anni dopo venivano chiamate squadracce, mentre il governo stava a guardare.
Ma tanto ormai in questo Paese la tendenza sembra che l’unica cosa importante siano il profitto ed il potere ad ogni costo, e se questo comporta che a farne le spese siano i più deboli, pazienza. Poi però non mi si venga a dire che il dito medio innalzato da Cattelan di fonte alla Borsa di Milano non rispecchi neanche un po’ il pensiero comune.

Punto Basket

2 gennaio 2011 15 commenti

Parlando della regina delle leghe mondiali, nell’anno appena conclusosi ci si aspettava dovesse accadere una specie di Big Bang, con molti giocatori top class che avrebbero potuto cambiar squadra in estate. Ciò è avvenuto, quando un certo giocatore ha salutato la sua amata Cleveland per trasferirsi nella casa di uno dei suoi grandi rivali, deciso a prendersi il mondo. Tuttavia, mentre l’urlo di Dwayne e LeBron terrorizza l’oriente e l’occidente, alcuni “vecchietti” non sembrano troppo d’accordo con loro. Si tratta del ras di Los Angeles, che non è per nulla disposto a scendere dal trono di miglior giocatore del mondo per questo e per molti anni a venire; del lìder maximo della difesa dei Boston Celtics, i quali detengono il miglior record della Eastern; infine, di un argentino che, nonostante la chierica si allarghi sempre più, continua a far impazzire le difese e a dribblare gli avversari neanche fosse Maradona. Ebbene, questi signori stanno facendo capire ai due ragazzi della Florida che dovranno sudare quattordici camicie per mettere l’anello al dito. La stagione è ancora molto lunga, ma c’è da scommettere che si assisterà ad un finale quantomai incerto. Un flash sui giovani più interessanti: occhio a Harden, Love, Gordon, Griffin, Evans, Ilyashova, oltre agli all-stars Rose, Roy, Durant, Aldridge (per citarne alcuni). Due parole da spendere anche sui nostri connazionali impegnati oltreoceano: conferme da Bargnani, che si erge sempre più a leader della propria squadra, nonostante la classifica certamente non esaltante; in costante miglioramento Gallinari, ormai punto fermo dei suoi Knicks, in corsa per un posto ai playoffs; sorpresa Belinelli, autore finora di un campionato da spalla per Paul con tanti minuti e punti.
Balzando da questa parte dell’Atlantico, e in particolare nel nostro amato Stivale, dopo molti anni di dominio senese, quest’anno c’è la sensazione di poter assistere ad un finale di stagione più combattuto. Infatti, giocatori del calibro di McIntyre, Sato, Eze, hanno salutato la città di 50.000 abitanti che hanno contribuito a portare ai massimi livelli europei; per contro, i vari McCalebb, Rakovic, Moss, per il momento non stanno facendo rimpiangere i loro predecessori, e la truppa guidata da Pianigiani è ancora la favorita per lo scudetto 2011 e per un posto da protagonista nella corsa al titolo continentale. Chi potrebbe contendere il primato italiano alla Mens Sana sono le “scarpette rosse” dell’Olimpia Milano (da cui ci si aspettava forse qualcosa di più, soprattutto in Eurolega), reduce da un’ottima campagna acquisti estiva, con gli arrivi di Jaaber e Pecherov a migliorare un discreto impianto. Ancora da definire la situazione della Virtus Roma, squadra dall’enorme potenziale che ha avviato un progetto incentrato sui giovani (Vitali, Datome, Djedovic, Dasic), ma che incredibilmente si trova a sguazzare nei bassifondi della classifica, complice una chimica di squadra ancora da perfezionare e dei frequenti cali di concentrazione nei momenti cruciali. Questi ed altri gli aspetti su cui coach Boniciolli dovrà lavorare per il prosieguo della stagione. Per concludere, un plauso va a Cantù, che sotto la guida di coach Trinchieri ha saputo dar vita ad un equilibrato connubio fra gioventù ed esperienza, e che attualmente occupa, con merito, il terzo posto nella graduatoria.

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