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Elogio di Paolo Ruffini, che non sa fare nulla ma fa tutto

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Non sa fare il comico, non sa presentare, non sa recitare, non sa intrattenere, non è un deejay, non fa musica, non è un ragazzo immagine. Analisi di un personaggio televisivo di successo che suscita molte domande.

Togliamo subito ogni dubbio sulla natura di questo articolo: non voglio evidenziare prove su un’eventuale raccomandazione di Ruffini, né denigrare nessuno. Anzi, il contrario: questo è l’elogio di un personaggio televisivo completamente privo di qualità, ma che ce l’ha fatta da solo, spinto da una confusa iperattività creativa che il più delle volta ha portato a gaffe, film abominevoli, battute malriuscite e programmi televisivi di una bruttezza inverosimile, ma che non l’ha mai abbandonato e continua a vederlo produrre, interpretare, sbattersi e impegnarsi davvero nel suo campo.

Paolo Ruffini nasce a Livorno, nel 1978. Dopo un’adolescenza passata a fare la spola tra piccoli ambienti comici livornesi, un paio di pubblicità e un ruolo nel toscanissimo Ovosodo di Virzì, vince il concorso Cercasi Vj, su Mtv. Ricorderete quegli anni e lo spirito libertario di una televisione, Mtv appunto, che garantiva grande attenzione all’universo giovanile, e che proprio tramite simili iniziative si affidava alla vivacità di ragazzi poco più che ventenni per tenere alti i ritmi, riempire le piazze, portare trasmissioni addirittura in spiaggia, come il celebre On the beach, prima piccola consacrazione per un Ruffini appena 24enne. Kris & Kris, Marco Maccarini, Omar Fantini… insomma, non c’è bisogno di spiegare che il talento non fosse proprio indispensabile per programmi che come scopo principale avevano esattamente quello di porsi al medesimo livello dello spettatore, che spesso aveva l’occasione di partecipare, interagire, persino passeggiare a braccetto con i presentatori.

Nel 2005, in Rai, fa le cose più interessanti della sua carriera, partecipando prima a Bla Bla Bla come spalla comica di Lillo e Greg e poi come autore della celebre trasmissione cinematografica Stracult. Ma la sua crescita artistica, qualitativa, termina qui, dopo meno di un anno. Comincia in compenso un’escalation quantitativa che non incontrerà più ostacoli. Prende infatti parte a Natale a Miami, Natale a New York, Natale a Rio, Un’estate ai Caraibi e, pur con alcune parentesi televisive quali Scalo 76 e Comedy central, il suo ruolo comincia a diventare quello dell’uomo da cinepanettone, ovvero quello di chi, pur giostrandosi fra vari impegni, resta perennemente vincolato agli stereotipi da commedia degli equivoci. Intanto però Paolo fa tantissime cose, persino in teatro. La sua immagine sembra stare bene dappertutto; il suo “veracissimo” toscano gli regala una particina ne La prima cosa bella, di nuovo con Virzì. Attivissimo sui social, fa discutere più di una volta per appropriazione indebita di giochi di parole o fotomontaggi, che ruba dalle bacheche dei rispettivi autori per rivendicarli come propri.

In televisione il varietà comico diventa la sua casa, fino a portarlo alla prima serata di Italia 1 con Colorado, nel 2011, raro esempio di trasmissione umoristica in cui i presentatori e gli stessi comici non fanno mai ridere. Approda persino alla regia, con il discutibile Fuga di cervelli (nel senso che si potrebbe discutere la sua natura di film) e bisserà ad ottobre 2014 con Tutto molto bello. Attualmente lo si vede nella fascia pomeridiana di Italia 1 alla conduzione di Vecchi Bastardi e – storia recentissima – alla conduzione dei David di Donatello, dove fa discutere il suo atteggiamento un po’ alla buona.

Ingabbiato da un dialetto livornese che rende la sua comicità inefficace alle restanti latitudini, legato visceralmente a tormentoni e frasi ricorrenti che non provocano neanche più i risolini dei 13enni, Paolo Ruffini ha creato un universo demenziale. Un universo che, dopo una prima fase “simpatica” favorita più che altro dalla sua giovane età e dalle cornici televisive, ha finito per renderlo insopportabile ad una buona parte della platea, tanto da far spuntare addirittura una petizione su change.org: “50mila firme per il suicidio di Paolo Ruffini”. Un’esagerazione, d’accordo. Forse favorita da questa sua risposta alle recensioni negative di Fuga di cervelli, dove in sostanza sciorinava il ragionamento secondo cui tutti quelli che hanno criticato il film dovrebbero provare a farne uno, prima di parlare. Una replica un po’ immatura, d’accordo.

Tuttavia mi sento di difenderlo, per un semplice motivo: di biografie come questa se ne potrebbero pubblicare a migliaia; gente priva di qualità che da anni occupa palcoscenici televisivi, cinematografici, che conduce, dà giudizi morali, scrive persino libri. Tutte queste persone, però, sono accomunate da una fondamentale caratteristica: il tentativo di diventare versatili. Paolo Ruffini invece non cambia mai, non ci prova nemmeno. Lui porta in scena sempre lo stesso personaggio, che sia teatro, cinema, televisione o web. Lui è il toscanaccio zuzzurellone che “si diverte abbestia”; lo è davanti a un target di adolescenti alle 4 del pomeriggio o mentre consegna un premio a Marco Bellocchio.

Paolo Ruffini rappresenta le nostre più sfrenate fantasie adolescenziali, le più coriacee convinzioni giovanili che portavano a vederci grandi in ogni ambito. Poi siamo cresciuti, più o meno. Ma immaginate se ogni progetto, ogni pensiero, persino il più immaturo dei desideri si fosse realizzato, sempre. Se mai nessuno ci avesse detto che quello che facevamo era stupido, autoreferenziale. Dove saremmo arrivati? Ve lo dico io: a Paolo Ruffini. Che non ha colpe. Lui, saldo sulle sue posizioni, continua a replicarsi in ogni campo. Si impegna e riesce a fare milioni di cose: e già uno che riesce a farle – un milione di cose – è da elogiare. Se poi ci riesce a dispetto di una notevole mancanza di qualità, è ancora più ammirevole.

Marco Ciotola

 

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