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Magnifica presenza, i soliti fantasmi a Roma

Tutti i temi cari ad Ozpetek, dall’omosessualità alla guerra fino alla fugacità della giovinezza, si intrecciano in Magnifica presenza ultima fatica del regista turco-italiano che segue le vicende di Pietro, pasticciere gay col pallino del successo cinematografico. Ad un prezzo stranamente ridotto Pietro trova una grande casa in centro a Roma e vi si trasferisce rendendosi ben presto consapevole della presenza di una compagnia teatrale di fantasmi che popola il suo salotto.

Ad una prima occhiata la trama, talmente strana da apparire impraticabile registicamente, fa storcere il naso, ma è soprattutto nelle sequenze iniziali del film che Ozpetek dà prova di muoversi con discreta disinvoltura in un territorio, quello della commedia, che non gli è quasi mai appartenuto. Grazie anche alla genuina naturalezza di Elio Germano la prima parte risulta scorrevole e non risparmia qualche risata di gusto. Dopo svariati dialoghi con gli attori-fantasmi Pietro scopre il mistero che circonda la compagnia teatrale Apollonio, scomparsa misteriosamente nel 1943, in un intreccio di storie personali e trama generale che culminano in un finale dove, tutto sommato, i conti tornano e si riescono a perdonare ad Ozpetek anche tutte quelle esasperazioni sceniche come il Platinette-Marlon Brando a capo di un gruppo di transessuali che confezionano cappelli in un sottoscala con atmosfera cupa e ambigua (un richiamo al colonnello Kurtz di Apocalipse Now?).

 Ancora una volta però l’insistenza sui temi e le strutture caratteriali care ad Ozpetek, pur se effettivamente funzionale alla trama, finisce per risultare stucchevole, quasi un forzato spostamento della storia su questioni e prototipi già studiati e sviscerati, in cui quindi muoversi più agevolmente. La scoperta della vera identità dell’uomo, come la scoperta di un preciso responsabile nella felicità e infelicità altrui sembra essere il vero filo conduttore nella pellicola, un viaggio nell’identità delle persone, effettuato però anche qui con strumenti preconfezionati.

Un po’ La finestra di fronte per il parallelo storico con la seconda guerra mondiale, un po’ Le fate ignoranti e Mine vaganti per i temi dell’omosessualità e la scoperta della propria natura, a tratti anche Cuore Sacro per il cambiamento viscerale dei suoi protagonisti, l’autore turco-italiano sembra peccare di ripetitività ed anche laddove provi ad osare, ricalca una struttura narrativa che, di fatto, porta ad una conclusione che pare non tramutare mai, è sempre uguale.

Una visione nel complesso piacevole, contornata da ottime prove attoriali, da Germano passando per la Buy e Beppe Fiorello, fino alla novantenne Anna Proclemer (Livia Morosini),  abile nel suggerire, nella sequenza finale, il rifiuto della caducità delle cose.

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