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Parole a caso

Ho sempre trovato un’insolita somiglianza fra l’odore dell’erba tagliata da qualche giorno e quello della cacca di mucca. Effettivamente ho ragionato sulle possibili spiegazioni solo all’età di 30 anni. “Le mucche mangiano l’erba”, questo è stato il pensiero. Diretto, semplice, brutale. Nell’istante stesso in cui ci ho riflettuto la questione ha smesso di avere quel fascino particolare delle piccole cose che credi di notare solo tu e che comunque non diresti mai a nessuno.  Stagnato in un noioso lavoro d’ufficio da più di vent’anni, ho sempre creduto nel valore delle sensazioni originali, dei primi impatti. Gli approfondimenti mi danno noia. A maggior ragione se si parla di merda. D’altronde forse è solo senza fare particolari inferenze che si può sposare una moglie come la mia. Giada è l’emblema dell’irrazionalità, dell’istinto, delle azioni sconsiderate, come quando a 20 anni mi baciò in ascensore. Ci conoscevamo appena e il suo gesto ruppe il ghiaccio con i tempi giusti. Però aveva schiacciato il tasto sbagliato e così invece di uscire di scena lasciandomi solo in uno dei momenti più belli della vita di un uomo (formulare nella propria testa cosa si racconterà agli amici al bar) rientrò e scese dal nono al terzo piano in uno dei minuti più imbarazzanti della sua e della mia vita. Piccole avvisaglie, forse. Ma l’ho amata, per quel che ho potuto. Il caso ha voluto che la cogliessi sul fatto circa un anno fa. “Non è come pensi”. No, infatti, è pure peggio. Troia. Che poi Aldo, il tizio, era effettivamente un bell’uomo. Ho avuto modo di vederlo senza pantaloni, quindi parlo con cognizione di causa. Ma credo che certe cose sia meglio non saperle. Passi che mi tradisci, ma non voglio vedere con chi. Tantomeno come. Forse è questo che mi ha sempre bloccato, non risalgo mai alle origini, non mi interessa e per dirla tutta trovo le cose già abbastanza complicate per come mi si presentano agli occhi. “Una cosa per volta” come dissi alle perplesse maschere dei miei professori di liceo in sede d’esame. Ma non fu quello il momento esatto in cui mi resi conto di non essere tipo da grandi ragionamenti, risposte importanti, scabrosi retroscena. Avevo forse 10 o 11 anni, in ginocchio sul pavimento costruivo una casetta di carta con l’aiuto si scoc e colla. Sopra di me un cronista in affanno, con voce rotta dall’emozione parlava del rapimento di un uomo, uno importante, e dell’uccisione degli uomini della sua scorta. Tesi un orecchio in favore di quella inconsueta edizione del tiggì, cercai di capire ma misi la colla dal lato sbagliato. “Non ci credo” sussurrai col pezzetto di carta in mano e le immagini di un’auto crivellata di colpi davanti. Mi alzai di scatto e spensi la tv. La miglior casetta di carta mai costruita da arti terrestri, c’era persino l’antenna parabolica. Piccole avvisaglie.

Che così si viva meglio non lo credo. Ho sofferto parecchio quando ho abbandonato l’università, totalmente disinteressato agli approfondimenti accademici e alla loro ricorrenza tanto frequente. Ho sofferto parecchio quando ho capito che i miei amici partivano alla ricerca di qualcosa di diverso e quando mia moglie quel qualcosa di diverso l’ha trovato. Ma credo che non si debba andare contro la propria natura. Alcune persone sono fatte per evolversi, vivere dappertutto. Altre per tenersi la testa vuota, agire nel raggio di una decina di chilometri e pensare a cosa fa di bello in tv. Io mi cullo nella familiarità, nella consuetudine, nell’ignoranza. Ho 44 anni e godo sempre delle stesse piccole cose. Non c’è da vergognarsi, basta accettarlo.

“Antò, lo sai che c’è una spiegazione scientifica al verso dell’elefante?” domanda il mio collega Loris dalla sua postazione internet con faccia divertita.

“E tienitela per te” rispondo. Ma poi dico io, se l’elefante fa quel verso, saranno pure cazzi suoi.

Categorie:Divagazioni
  1. 24 novembre 2011 alle 21:03

    Poesia. Questo è ciò che scriverebbe Favio Bolo se non rimorchiasse così tanto.

  2. Anonimo
    24 novembre 2011 alle 22:20

    Grazie carlo. infatti è vero, di solito più si è appagati e più si è banali, almeno per gli scrittori questa pare una costante

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