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Sogno o son desto? Sogno.

Quando a muoverti è un sentimento indecifrabile scatenato da un avvenimento indecifrabile con una spiegazione intrinsecamente criptica, o hai esagerato con gli acidi o il tuo subconscio ha trovato più risposte in una sola notte che in tutta la tua banalissima vita. L’attività onirica è incomprensibile, ma non è casuale. Non sono fra quelli che credono che in un sogno si trovino le risposte alle grandi domande che assediano il vivere quotidiano, ma semmai ci fosse da cercare uno stimolo, una strada ben illuminata, un tentativo di fare chiarezza, è proprio lì che devi muoverti. Oggi la verità si nasconde con le parole – come ricordava qualcuno – tutto quello che desideriamo confluisce, si volgarizza. Nel 2011 non è più concesso volere ardentemente una cosa, non è più concesso neanche scrivere “ardentemente”, ho dovuto ignorare il correttore di word per inserirlo. Allinearsi fa figo. Dire la propria va bene, ma entro certi limiti. Ci siamo tutti dentro, d’altronde noi l’abbiamo voluta e non meravigliamoci se per scorgere uno spiraglio di luce dobbiamo attendere la fase rem.

È un passato lontano, viene da dire il Far West se solo l’immaginazione del cittadino medio riuscisse ad andare oltre i film di Sergio Leone quando lo si pronuncia. Un capofamiglia è esposto alla pubblica gogna per il suo modo brutale di approcciarsi a moglie e figli, la sua violenza, la sua spiccata tendenza a cercare di scoparsi tutto ciò che si muove e non ha particolari pretese. La gente intorno è indignata, rumoreggia. Ma lui, il pater familias, rimane solido sulle sue posizioni. Ha tutto il diritto di picchiare la moglie e la figlia, ha tutto il diritto di soddisfare le più peccaminose voglie sessuali. Lui porta a casa il pane, e non è poco. C’è però la satira, che ci piaccia o no, ci si creda o no, anche il West aveva la satira. È magari meno organizzata e più populista ma a me fa sorridere mentre da esterno osservo la scena con curiosità. Un uomo seminudo sbuca da un camminamento con delle finte curve e un vistoso triangolo di peli pubici attaccati alla sua vera (per quanto minuta) sessualità. Corre su e giù per il suolo ligneo fingendo un’immensa paura per la reazione dell’accusato. Provoca l’ilarità della folla che capisce l’antifona. Si aggiunge un altro comico, stavolta senza alcun travestimento, mosso solo dalla forza delle parole che evidenziano la disumanità del soggetto in questione. Poi un ragazzino. È enorme, il grasso in esubero non sa più dove spuntare, eppure anche lui fa un verso canzonatorio, anche lui rivendica e soddisfa il suo diritto a schernire chicchessia. Ma il  capofamiglia è coriaceo e rivendica le sue ragioni con un‘energia che ha solo chi è estremamente convinto di non avere torto. Svelto rincorre l’uomo con l’esilarante travestimento e lo riempie di calci. Con una prestanza crescente raggiunge il secondo “comico”, lo afferra cingendogli il volto fra l’avambraccio e la spalla, lo trascina su una roccia da cui si butta facendo attenzione ad atterrare con  tutto il peso del corpo sul malcapitato buontempone. Il ragazzino ciccione è il più facile da raggiungere con quella sua corsa che, più che allontanarlo dal luogo dell’offesa, provoca uno sfregamento di carne che neanche dal kebabbaro alle 9 di sera. Gli morde una gamba, con forza, decisione, sicurezza, strappandone il roseo tessuto e procurando una veloce fuoriuscita di sangue dall’arto adiposo. Poi lascia ai cani il compito di testarne il ripieno. Il ragazzino cerca di correre, è terrorizzato. Sono io quel ragazzino e mi rendo conto dopo pochi passi che chi mi insegue è nettamente più veloce. E infatti mi raggiunge, mi piomba addosso facendomi cadere con la schiena a terra. Non sono cani però. È una donna, ma è mastodontica. Alta, robusta, un seno enorme. Mi sovrasta e mi prende a pugni. Uno, due, tre cazzotti in pieno viso che immediatamente mi fanno sanguinare il naso. Poi mi fissa, lo sguardo intenso di chi parla per necessità vera: «Qualsiasi cosa succeda, tu devi stare zitto» esclama con occhi fissi «qualunque sia il problema, tu non devi parlare, non devi chiedere aiuto, soffri in silenzio» conclude poi, lasciandomi sanguinante al suolo. Mi rialzo a fatica ma mi sento mancare. Non è il dolore, è la sensazione del sangue che fuoriesce a risucchiarmi energie. Barcollo verso un bar in riva al mare. Le persone sedute e il proprietario mi fissano preoccupati, si accorgono del sangue:  «Stai bene? Ti serve una mano?» domandano, chissà se realmente preoccupati per un estraneo col naso ridotto a un colabrodo. Io faccio segno con una mano che è tutto ok e mi dirigo verso la riva ormai prossimo allo svenimento, nella speranza che l’acqua possa ridestarmi. Mi lascio cadere nel mare che in realtà assomiglia più ad un fiumiciattolo. E il caldo è l’ultima sensazione prima delle 8 di mattina, quando tutto torna chiaro. Apparentemente chiaro.

Credo, in ogni caso, che smetterò definitivamente di leggere i racconti di Edgar Allan Poe.

Categorie:Divagazioni, Fantasia
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