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This must be the place

«Qualcosa mi ha disturbato. Non so esattamente cosa, ma qualcosa mi ha disturbato».

Anticipavano tutti che fosse un azzardo e che vantasse una grande interpretazione di Sean Penn. Fin qui forse ci siamo, ma credo che giustificare l’inutilità di fondo del film con questi due fattori sia sbagliato. Prima di tutto, qui non siamo di fronte ad un’opera immatura, ma siamo di fronte ad un eccesso che come tutti gli eccessi finisce per specchiarsi troppo e crogiolarsi nei clementi sorrisi del pubblico. Non che la storia pecchi di originalità, ma per quanto Cheyenne, cinquantenne rock star in declino che si mette alla ricerca dell’aguzzino nazista del padre, rappresenti il disincanto dell’eterna giovinezza che si scopre irrealizzabile, risulta estremamente difficile continuare a muoversi fra un non-sense che pare non portare da nessuna parte, fra dialoghi inverosimili, stretti rapporti d’amicizia nati con quattro parole e discorsi sul significato della vita intrapresi con sconosciuti al tavolo di un pub.

Così come mi aveva deluso il finale de L’amico di famiglia che prima costruisce una delle intelaiature più importanti nei film italiani dell’ultimo decennio e poi si perde per cercare di dare ai personaggi delle caratteristiche che non esistono nella realtà, allo stesso modo e forse senza nessun effetto sorpresa delude This must be the place che può senz’altro vantare una certa coerenza visto che, almeno, non abbandona mai registro. La vacuità di ogni cosa, che trova rifugio in ogni personaggio e in particolare nella figura di Cheyenne, riceve una tenace conferma nel monologo finale del novantenne che spiega al protagonista come l’odio del padre nei suoi confronti sia scaturito da uno stupido battibecco conclusosi con una brutta figura di quest’ultimo che «si è fatto la pipì sotto davanti a tutti». Fra milioni di morti, lavori forzati, malattie e denutrizione quello che contava per lui non era altro che l’umiliazione, lo scoprirsi deboli e impauriti davanti agli altri, anche se gli altri, come te, sono in prossimità di una morte certa. È probabilmente questo il senso, forte ma non immediato. Nessuno sembra disposto ad accettare la propria natura, così restano tutti bambini con licenza di essere ingenui, di truccarsi sperando che tutto quel cerone non vada mai via.

L’olocausto è in fondo solo un pretesto per dare più forza al racconto, quasi come lo era la chiesa in Habemus papam di Moretti. Ma nel film del regista romano l’occhio sulla debolezza umana era accanito, efficace e soprattutto si risolveva in un’inevitabile accettazione: «Io non ce la faccio, non sono la persona adatta». Nella pellicola di Sorrentino non c’è tutto questo. La punizione, se così si può chiamare, è suggerita e inflitta da personaggi immaturi che non crescono neanche in un finale che li vede per la prima volta privi di trucco. L’unico messo metaforicamente e letteralmente a nudo è l’aguzzino nazista ormai alle soglie della fine, in una pena che più di contrappasso sa di catarsi. Sembra pagare lui per tutti.

Una visione nel complesso scorrevole, per la bravura degli attori tutti e perché sai che ogni dismisura è voluta e studiata, ma il parallelismo fra le frequenti sensazioni del protagonista e quelle di una buona fetta di pubblico durante la proiezione è un buon motivo per giudicare il film non propriamente riuscito: «Qualcosa mi ha disturbato. Non so esattamente cosa, ma qualcosa mi ha disturbato».

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