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Da Casapound alle bombe carta di Serpentara, piccolo viaggio nella politica delle botte

Poche parole e tanta violenza nei sempre più frequenti scontri fra collettivi dalle ideologie distinte                                                                                          Si comincia venerdì 29 aprile, di buon mattino. Scoppia una rissa all’interno della facoltà di Lettere della Federico II di Napoli. Da una parte militanti neofascisti di Casapound, dall’altra studenti dei collettivi universitari, entrambi con una propria, diversissima versione dei fatti. Lo scontro non è da scherzi, ci sono coltelli, alcuni parlano di “manici di piccone” e quattro giovani finiscono all’ospedale. Nel pomeriggio è ancora il capoluogo campano ad essere teatro di violenze: a San Gaetano venti giovani aggrediscono il candidato sindaco del Pdl Gianni Lettieri, «Fascista di m..» gli gridano fra botte e sputi, mentre in serata basta spostarsi di alcuni chilometri per imbattersi in un’altra guerriglia urbana dal copione identico: Casapound contro collettivi di sinistra in Piazza Dante, prima di andare a letto. Ma il risveglio non è dei migliori perché poco prima delle 13 un ordigno esplode in Piazza Bovio di fronte alla sede regionale del Pdl. «È l’ennesimo atto vile di chi non ha a cuore la propria città» commenta Lettieri mentre scattano come razzi accuse e nette prese di posizione a destra e sinistra.

Cambia regione, non cambia musica. A Roma una bomba carta sfonda la vetrata del palazzo dove risiede Alberto Palladino, portavoce dell’occupazione di Casapound. Il ragazzo era stato riconosciuto solo pochi giorni prima fra gli aggressori di alcuni coetanei di opposta fazione politica. Il collettivo di estrema destra non ha dubbi riguardo i colpevoli e accusa «chi si è prestato al gioco irresponsabile degli antifascisti romani, impazziti all’idea di un intrusione  in una zona che credono sotto il loro controllo […] avallando l’idea che con la menzogna e i metodi mafiosi si possa ottenere qualunque risultato». A Roma Nord invece, un ventiduenne, attivista politico, viene malmenato da un gruppo di ragazzi probabilmente riconducibili all’area dell’estrema destra, «stai attento a quello che fai» minacciano allontanandosi.

La struttura purtroppo è ciclica. Ci si accusa a vicenda, si compiono azioni violente e si aspetta la puntuale ritorsione. Si disegnano svastiche a cui si risponde con stelle a cinque punte. Si venera Hitler, si va in giro con i bastoni, si diventa esperti di esplosivi fatti in casa. E poi con estrema naturalezza si parla di «problema politico», di «inquinamento delle liste» di «clima violento creato dall’opposizione» e forse anche un po’ inconsciamente si alimenta la battaglia. La politica delle botte e dei calci, dove se sei in disaccordo col leader avversario gli vai a sputare in faccia e se vedi che qualcosa di illegale sta succedendo nel tuo quartiere ti mobiliti a tua volta per organizzare una “giustizia” altrettanto illegale, non è una politica sbagliata, semplicemente non è politica. Esiste un sano attivismo politico, un genuino interesse verso il futuro della propria città o del proprio quartiere che non ha nulla a che fare con tutto questo e sarà meglio cominciare a fare i dovuti distinguo affinché l’attenzione mediatica e sociale verso atti del genere non sia minore, ma sia diversa e anche la più remota possibilità di giustificare simili tensioni come possibili conseguenze di una dicotomia governativa venga disintegrata.

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