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Memorie d’una casa morta


Correva l’anno 1854 quando Dostoevskij venne scarcerato dalla fortezza siberiana di Omsk. Era stato arrestato sei anni prima con l’accusa di partecipazione a società segreta con finalità sovversive; scampò anche al plotone d’esecuzione, quando all’ultimo istante la sua pena fu commutata al bagno penale. Egli rimase profondamente segnato da quegli anni ai lavori forzati, che racconta per bocca di un immaginario personaggio della nobiltà russa imprigionato per aver ucciso la moglie. Ne nasce un’analisi cruda e spietata, una categorizzazione di un rigore quasi scientifico, dell’umanità ivi rinchiusa. Ognuno dei personaggi narrati è descritto in ogni piega della propria personalità e sensibilità, del proprio pensiero. In tale immensa varietà, tuttavia, sono tutti accomunati dal marchio che la permanenza nella fortezza ha lasciato su di essi. La prigionia, l’oppressione, le bastonate, i ferri ai piedi, la testa rasata, le angherie dei superiori, l’odio verso i propri compagni, gli insulti, i racconti raccapriccianti uditi nell’aria malsana ed asfissiante dell’ospedale, il bagno in cui ci si lava tutti assieme con un solo secchio d’acqua a testa, la sempre uguale minestra di cavoli a pranzo, il disperato e continuo tentativo di vincere l’uggia delle interminabili giornate della camerata. I forzati, i soldati, gli abitanti del vicino villaggio, gli infermieri, persino gli animali: chiunque venga a trovarsi a contatto con la fortezza ne subisce irrimediabilmente l’influsso negativo. Tuttavia, una flebile speranza per tutti loro resta: infatti, se si riesce a trovare uno scopo che sia uno, si trova anche la forza di andare avanti, malgrado tutto. E allora lo si cerca nell’contrabbando di acquavite, nelle preghiere, nel gioco d’azzardo, nel teatro, nell’organizzazione di una protesta o delle festività del Natale. Se ha uno scopo, un uomo, non fosse che per un momento, è come se potesse assaporare una sorta di libertà, e quindi può continuare ad essere un uomo e a sentirsi tale, mentre conta i giorni che mancano alla sua scarcerazione e fantastica sulla sua vita dopo.

La storia dell’umanità è in qualche modo legata alla storia delle carceri, come osserva il Bazzarelli in una sua introduzione al romanzo, in quanto nei millenni, esse hanno costituito uno dei simboli del potere vigente, e la soluzione contro chi al potere si è opposto, contro chi ha commesso dei crimini o contro chi è diverso. Molti luoghi di detenzione hanno poi fatto nascere una importante letteratura sul genere. Da questo punto d vista, le “Memorie d’una casa morta” sono universalmente considerate precursori di questo genere, che ha probabilmente trovato la sua espressione più nota in “Se questo è un uomo”. La fortezza di Omsk non è però Auschwitz, né un gulag, né Abu Ghraib, in quanto in questi luoghi si è cercato di distruggere l’anima e la dignità degli esseri umani. Dostoevskij riconosce questo merito al sitema carcerario della Russia zarista, lasciando un’importante lezione, valida anche ai giorni nostri, che trascrivo in forma di citazione:

“…ogni uomo, chiunque egli sia e per quanto avvilito, purtuttavia, anche se istintivamente, anche se inconsapevolmente, pretende che si rispetti la sua dignità umana. Il detenuto medesimo sa di essere un detenuto, un reietto, e conosce il suo posto di fronte ai superiori; ma con nessun marchio, nessuna catena potrei fargli dimenticare che è un uomo. E poiché egli è in realtà un uomo, di conseguenza bisogna anche trattarlo umanamente. Dio mio! Un trattamento umano può umanizzare perfino qualcuno su cui l’immagine di Dio si è da tempo offuscata…”

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