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La vittoria degli Inception

La seguente analisi, assolutamente da non considerarsi una recensione, fu una reazione a caldo di qualche mese fa, pubblicata dopo aver origliato le dichiarazioni entusiastiche di centinaia di persone che giudicavano l’opera di Nolan (Inception, 2010) “uno dei più bei film della storia del cinema”. Al di là delle considerazioni sottostanti che comunque rimangono soggettive, l’evento cinematografico in sé, accompagnato e seguito da decine di opere simili, mi fece riflettere sul ruolo che gli effetti speciali stanno assumendo nel panorama filmico degli ultimi anni e su quanto siano, per la maggior parte del pubblico, indispensabili per una valutazione positiva della pellicola. Dopo The Passion di Mel Gibson e Hereafter di Clint Eastwood prevedo un futuro sempre più roseo (o nero) in questo senso, per la gioia dei giovani aspiranti registi in cerca della storia vincente (che non serve più) e di quelli che, come me, vogliono vedere la nuda e cruda realtà passare attraverso uno schermo.  Il pubblico sovrano, come è giusto che sia, vince senza troppi patemi d’animo e non ha che l’imbarazzo della scelta, proprio come i canali di youtube che in base a quello che hai visto una volta ti reindirizzano ai generi che potrebbero interessarti e giorno dopo giorno le tue passioni si appiattiscono.

Autoerotismo. Ecco cos’è questo film, un continuo guardarsi allo specchio, toccarsi e dirsi “Ehi sono bello”. Autoerotismo registico. Passi pure il fatto che uno spettatore medio sbarcato al cinema dopo le fatiche quotidiane e in attesa di un lieto diversivo debba porre un’attenzione spasmodica, cercare di ricordare cos’era successo qualche secondo prima, chi era quello e a che livello siamo adesso. Passi, perché se il cinema non è impegno sociale è sicuramente impegno culturale, un grande impegno culturale. Ma un film che snatura e smonta con facilità e presunzione disarmante l’indole sacra e misteriosa dei sogni,  banalizzandoli e holliwoooddizzandoli (passatemi il termine) per più di due ore non apponendo nessuna distinzione fra esistenza onirica e vita reale, trattando i sogni esattamente come la realtà ma con più armi e macchine di lusso, è una cosa che non può sfilare inosservata.

In questo film i protagonisti – che devono a tutti i costi impiantare un’idea nella mente di un ricco uomo d’affari – spaziano su tre livelli di una banalità disarmante, lasciandosi dietro prima i loro corpi addormentati, poi i loro corpi addormentati nel sogno e poi i loro corpi addormentati nel sogno del sogno, dando vita a immagini che dovrebbero lasciare segni indelebili nella mente dello spettatore ma che si risolvono in comici siparietti dove sei persone sdraiate a casaccio in una stanza d’albergo ronfano a tutto spiano, manco fosse l’ospizio di Santa Maria di Loreto.

Ecco perché anche tutti quegli effetti speciali (eccezionali) risultano ridicoli e fuorvianti  con i protagonisti che li vivono ed hanno le stesse identiche reazioni che avrebbero di fronte al mondo reale; davanti a due parti della città che si fondono l’una nell’altra o ad una serie di esplosioni e scosse che fanno tremare la terra. Fra una sparatoria ed un combattimento alla Matrix, Nolan cerca di inserire spiegazioni dopo spiegazioni per istruire lo spettatore e orientarlo nella narrazione scordandosi che questo è cinema e le istruzioni dovrebbero darle le immagini, che trascinano stancamente  i personaggi a 120 all’ora in una strada di città, li fanno (letteralmente) volare in un albergo per poi catapultarli su una montagna innevata; tutte ambientazioni indiscutibilmente molto belle, ma talmente vistose e cinematografiche da creare un terribile paradosso: anche i sogni finiscono per aderire alle spietate leggi del denaro e degli effetti speciali?

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