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La classe operaia non va in paradiso

Ieri, a Mirafiori, storia e simbolo della più grande azienda italiana, che negli anni ha condiviso le vicissitudini dello Stato, si è consumata una battaglia le cui conseguenze restano di proporzioni difficilmente prevedibili. Dopo mesi segnati da nette controversie, ha prevalso la linea Marchionne, si dice grazie al voto favorevole dei colletti bianchi. Fra le tute blu, invece, le preferenze si sono divise in maniera pressoché equanime. Ma chi ha scritto sì, ha dichiarato di averlo fatto a denti stretti, perfettamente conscio del fatto che la Fiat (e l’Italia) ha un disperato bisogno dell’investimento da un miliardo di euro promesso, ma la ragione prevalente per molti di loro è stata la paura di vedere chiuso lo stabilimento e perso il posto di lavoro. Nonostante non si trattasse di elezioni politiche o regionali, quella di ieri notte è stata una delle votazioni più importanti dei tempi recenti. Essa è stata contraddistinta da quello che ormai è un imperativo ogni volta che si entra in un’urna nel nostro Paese: quella cioè di dover scegliere il minore dei due mali. Infatti da domani gli operai dovranno affrontare un aumento consistente del carico di lavoro, con l’eliminazione delle fisiologiche pause, facendo i conti con una riduzione dei diritti fondamentali come lo sciopero, pena licenziamento, e la possibilità di eleggere autonomamente i propri rappresentanti. Hanno scelto di sopportare tutto ciò in nome del benessere proprio e delle proprie famiglie, come dargli torto coi tempi che corrono. Ma quello cui sono stati messi di fronte ha tanto il sapore di un ricatto, della serie o con noi o contro di noi, e alle persone che hanno votato no va dato atto di aver dimostrato grande coraggio. Intanto molti politici italiani tirano un sospiro di sollievo, perché ancora una volta c’è qualcun altro che dovrà sobbarcarsi il peso della loro inettitudine, in questo caso gli operai.
Ora che le urne sono chiuse, la sensazione che si ha è quella di un’involuzione, un’inversione ad u, una rinuncia alle conquiste costruite con le fatiche dei nostri padri, dei nostri nonni e dei nostri bisnonni. Stare 10 ore al giorno in catena di montaggio ti massacra? Non lamentarti. Vuoi scioperare? Non puoi farlo. Bisogna stare attenti però, perché quella che si è imboccata è una strada pericolosa, al termine della quale potrebbero anche esserci le famose fabbriche-caserma stile Dickens. E in effetti, con i dovuti distinguo, le premesse ricordano vagamente quelle del biennio rosso, durante il quale gli operai occuparono le fabbriche del Settentrione; i cittadini, temendo una rivoluzione di stampo bolscevico, cominciarono allora a vedere sempre più di buon occhio quelle che molti anni dopo venivano chiamate squadracce, mentre il governo stava a guardare.
Ma tanto ormai in questo Paese la tendenza sembra che l’unica cosa importante siano il profitto ed il potere ad ogni costo, e se questo comporta che a farne le spese siano i più deboli, pazienza. Poi però non mi si venga a dire che il dito medio innalzato da Cattelan di fonte alla Borsa di Milano non rispecchi neanche un po’ il pensiero comune.

  1. Anonimo
    15 gennaio 2011 alle 18:21

    Si ritorna indietro nella storia. Un vero ricatto quello di impaurirci dicendoci che vanno ad aprire gli stabilmenti nei Paese dell’est di Europa in quanto i costi di produzione sono inferiori di quelli della nostra Italia. Però è vero……..

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