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You Will Meet a Tall Dark Stranger (Parte I)

Che Woody Allen si sia rincoglionito non lo penso. Che abbia in mente un diverso modo di interpretare la realtà che lo circonda e di conseguenza il cinema alla veneranda età di 75 anni, sottolineando nuovi elementi e stati di fatto è una possibilità. Sia quel che sia, Incontrerai l’uomo  dei tuoi sogni rimane un film deludente, privo di gran parte delle qualità che caratterizzano il cinema del regista newyorkese. La trama è semplicissima, essenziale, come in tutta la filmografia di Allen. Due coppie, rose dall’insoddisfazione del tempo che passa e dell’amore eterno che si scopre fiacco e instabile, cercano altrove la pienezza di cui sentono il bisogno. La giovane Sally si invaghisce del suo capo e pensa ad aprire una galleria d’arte tutta sua, il marito Roy in preda alle frustrazioni letterarie intreccia una relazione con l’intrigante fanciulla della finestra di fronte, mentre Alfie, padre di Sally, si rifiuta di invecchiare e si mette con una prostituta gettando la moglie Helena in una disperazione che la porterà ad affidarsi con regolarità alle predizioni di una chiromante, vero leitmotiv della pellicola.

Quasi privo di ironia il film annienta già nel suo incipit una pur remota possibilità di veder realizzata l’espressione “per sempre”. È una costante nel cinema di Allen, non c’è da meravigliarsi. È molto facile anche smontare pezzo per pezzo le generiche previsioni della chiromante ed ecco che lo straniero alto e bruno in procinto di sconvolgere la vita dell’attempata Helena non è altri che, come suggerirà lo stesso Roy in uno dei tanti battibecchi con la suocera, quella fine che prima o poi tocca a tutti. Ma il concetto è solo un po’ più esteso: la vecchia signora con la falce oltre a portare via vite umane allarga le sue competenze qui e si fa carico di tagliare di netto tutte le certezze illusorie  dell’esistenza dei protagonisti, quelle estensioni solo mentali di una realtà che di fatto è un cosmo di caducità. L’argomento è (ed è stato) largamente trattato dal regista statunitense ma stavolta viene lasciato, chissà se volutamente o no, in sospeso ed il blocco appare più che altro un’inesorabile alzata di spalle di fronte alle infinite possibilità, agli esiti e alle conclusioni che possono essere positive o negative indipendentemente dall’operato dei protagonisti, degli uomini, liberi di compiere azioni spregevoli come pubblicare il romanzo di un amico che si credeva morto, fingere di conoscere il futuro spillando soldi a poveri disgraziati o essere schiavi di sentimenti davvero puri e onesti verso il prossimo. In ogni modo vanno incontro ad un destino che il film non mostra perché non c’è, non si può conoscere. In un caso e uno solo, quello più paradossale, assisteremo ad un finale, che vedrà la sognatrice Helena che attendeva di apprendere il suo futuro da un’affaccendata chiromante-casalinga, trionfare sulla generazione più giovane che le aveva dato della credulona. Incontrerà realmente un uomo cortese, anch’esso con un ampio bagaglio di sofferenze alle spalle. Merito della chiromante? Chissà. La mancanza di certezze è talmente ampia che non permette di escludere nulla. Il fato, il destino che percorreva in toto una ben più toccante pellicola di Allen Match Point, domina anche qui e se vogliamo è approfondita, si colloca al centro della scena perché davvero non ha più limiti, esce quasi totalmente al di fuori dalle competenze dei protagonisti che si spianano una via di fuga dal monotono insuccesso in cui sono rinchiusi ma poi devono stare alle regole di qualcun altro e non vanno avanti, si frenano.

Tuttavia la seguente analisi che di per sé fa sembrare il film una genialata senza precedenti, è solo il frutto di un’osservazione accanita, di una discussione approfondita con i compagni di sala, tutte cose che non devono esser necessariamente fatte e che non sono affatto un allegato al film. Il film, nella sua “singolarità”, non è bello, non piace.

(Continua in Parte II)

Categorie:Cinema Tag:
  1. 9 dicembre 2010 alle 23:36

    Visto al cinema questo weekend, sicuramente non è il miglior film di Woody Allen, si è perso forse un po’ del sarcasmo che era presente nei suoi ultimi lavori ed è andato a ripescare temi e personaggi già incontrati nei sui film precedenti (vedi il ricorso alla magia ed alla giovane amante copia di Mira Sorvino in “La dea dell’amore”). Non un brutto film ad ogni modo e le storie parallele vengono comunque trattate in modo molto naturale. L’unica cosa che lascia sorpresi è la non “quadratura del cerchio” finale in cui nessuna storia ha una risposta ma il tutto viene lasciato in sospeso, un po’ sorprendente per il pubblico di Woody Allen. Cimunque, da sua fan, sono sempre convinta che sia meglio un brutto film di Woody Allen (anche se non è questo il caso) di un bel film di altri.
    Comunque complimenti per la tua recensione, molto precisa ed esaustiva!
    Ciao!!

  2. uecc87
    10 dicembre 2010 alle 16:50

    si sono d’accordo, sta eccedendo a mio parere anche con la figura della scema ma bella che se in “Basta che funzioni” era fondamentale soprattutto perchè cambiava durante il corso del film qui è una presenza un pò ingiustificata e pure se il finale è, a mio parere, volutamente in sospeso, è palese che lasci lo spettatore, fan di Allen o meno, con l’amaro in bocca, cosa che un film non dovrebbe mai fare. grazie mille per il commento, ciao!

    • 10 dicembre 2010 alle 17:48

      Boh, io qui la “scema ma bella” di Basta che funzioni non la vedo. E sinceramente non vedo neanche il finale in sospeso… Che sia un finale diverso dagli altri film non c’è dubbio, ma solo perchè il significato è diverso. Stavolta da un piano più terreno dove ogni cosa trova il suo posto, si va ad un livello più “metafisico”, spirituale forse, e si vede il mondo rispondere a logiche… appunto “illogiche”, ma nel contempo determinate: magari è proprio questo che spiazza lo spettatore-fan.

  3. uecc87
    10 dicembre 2010 alle 20:01

    e scusa la fidanzata di Alfie? Anzi ti dirò una cosa in più: la doppiatrice della fidanzata di Alfie è Ilaria Stagni, la stessa della scema di Basta che funzioni e della scema di La dea dell’amore. Per il finale io credo che non si possa giustificare qualcosa di inconcluso dicendo che mostra più di quanto non viene fatto vedere, che senso ha? Io parlo da spettatore e non da fan che si sforza di vedere una logica ed un valore che vadano oltre i 90 minuti di pellicola, perchè magari c’è anche, ma stiamo parlando di cinema, le cose io voglio vederle non coglierle (sia chiaro è solo una mia opinione)

  4. 11 dicembre 2010 alle 06:27

    E, a parte l’essere gnocca, quei due personaggi hanno qualcosa in comune? In Basta che funzioni era il motore che muove il sole e le altre stelle, qui serve solo per sviluppare la microstoria di Alfie. Sono due cose diverse. Per i finale, boh a me piacciono troppo quelli che invece di dirti tutto quanto ti lasciano almeno riflettere un po’ (vedi “Oltre il giardino”: in quanti hanno riflettutto sulla tomba che si vede per pochi secondi alla fine? Eppure è quello il senso del film, ma non viene certo spiegato). Le cose voglio coglierle, non vederle: a farmele vedere so’ capaci tutti! (IMHO)

  5. uecc87
    11 dicembre 2010 alle 11:39

    Come fai a paragonare un capolavoro come Oltre il giardino ad un filmetto riempitivo come l’ultimo Alllen? in “Oltre il giardino” c’era dietro tutto un universo di significati e il finale anche se nn nitido suggeriva tutto; a mio parere è tutta una questione di struttura,se l’architettura del film è solida puoi permetterti davvero di tutto e alla fine ci possono essere solo modi diversi di interpretarti ma mai delusione e amaro in bocca. per quanto riguarda la moglie di Alfie nn so che dirti, per te serve a mandare avanti la microstoria di Alfie e poi? alla fine a cosa è funzionale davvero io non l’ho visto , sarà anche che io ho fatto davvero fatica a trovare elementi che tornano in questo film perchè proprio non mi è piaciuto

  6. 11 dicembre 2010 alle 12:52

    Aspetta, i due film sono imparagonabili. Ho preso solo un esempio, dato che a me i due finali sembrano simili, in quanto a contenuti (nella forma invece estremamente diversi); neanche a me l’ultimo Allen ha fatto impazzire, solo che non ci vedo il finale in sospeso, molti elementi mi tornano e comunque “un po’ m’è piaciuto”. Forse debole nella scrittura, anzi diciamo poco efficace ed immediato, ma non povero di significati.
    Per la moglie di Alfie dico proprio questo, serve solo a mandare avanti la storia di Alfie ed è funzionale solo questo, mentre la moglie di Boris Yellnikoff invece ha un ruolo centralissimo e fondamentale. Per questo non le paragonerei.
    Solo che qua se la stamo a cantà e sonà da soli!

  7. uecc87
    11 dicembre 2010 alle 12:57

    credo che gli argomenti siano finiti per cui non rimane che sfidarci a duello domani al primo canto del gallo. solo che non ho il gallo, puoi farmi uno squillo sul cellulare quando canta il tuo?

  8. 11 dicembre 2010 alle 13:01

    Ha detto il gallo mio che domani è domenica e se se volemo arzà presto dovemo usà la sveglia!

  1. 9 dicembre 2010 alle 17:31

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