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Larry Clark

Il poeta della giovinezza, il trionfatore della sessualità, il semplificatore di testi, il padre dell’essenziale, il principe del realismo. Chiamatelo come vi pare.
Larry Clark (Tulsa, 1º gennaio 1943), valido fotografo per una vita e regista solo da una quindicina d’anni, una vita interamente vissuta ai limiti della legalità, ha dedicato la sua intera filmografia alla gioventù statunitense ritraendola in versioni semidocumentaristiche incredibilmente vicine alla realtà. Poche parole e tante parolacce, pochi discorsi e tanto sesso. Dopo aver sconvolto l’America con Kids nel 1995, efficace parabola sulla rapida e inesorabile trasmissione del virus HIV fra gli adolescenti di quartiere, Clark fa ricorso per la prima e ultima volta nella sua carriera cinematografica a due esperte maschere hollywoodiane come James Woods e Melanie Griffith in Un altro giorno in paradiso (1998) dove però al centro di tutto ci sono Bobbie e Rosie due giovani tossicodipendenti che vivono di piccoli furti fino a quando Mel, che si autodefinisce un criminale professionista, non li prende con sé per portare a termine colpi ben più grossi e fruttuosi.
Ispirato ad una sconcertante storia vera è Bully del 2001; un gruppo di ragazzi e ragazze si
coalizzano contro Bobby Kent un bullo di quartiere che ha reso per anni la vita di Marty Puccio un inferno; lo uccideranno nella maniera più goffa, perennemente sotto l’effetto di droghe e alcool lasciando in giro prove e controprove della loro colpevolezza e spargendo addirittura la voce dopo l’omicidio. Dopo un salto all’horror statunitense di serie B con L’adolescente delle caverne, che pur nella sua banale e fiacca trama mantiene il tema della sessualità adolescenziale come colonna portante, Clark arriva a dirigere nel 2002 Ken Park, il suo film più discusso che oltrepassa i limiti della sessualità spinta ed approda seppur in poche e brevi sequenze nella vera e propria pornografia. Sui binari di un’apparente non-sense, la pellicola prende il via dal suicidio di Ken detto “Crap” (“la merda”) che si spara un colpo alla testa nel bel mezzo di una pista da skate riprendendosi con la telecamera. Qui per la prima volta emerge il vero conflitto genitori-figli, le incomprensioni e le chiusure mentali che non permettono in nessun modo all’adolescente di esprimere le sue potenzialità evolutive; dopo avere più che altro evidenziato e denunciato la mancanza di attenzione e l’assenza di ogni sorta di modello che possa dirsi genitoriale o assennato praticamente in tutti i suoi precedenti lavori, il regista statunitense esamina le lacune comportamentali da entrambi i lati, non prendendo una vera posizione ma sottolineando nella maniera più efficace come le conseguenze siano ben più gravi per gli adolescenti.
L’ultimo lungometraggio, Wassup Rockers del 2005, è un breve viaggio nella vita di un gruppo di vivaci skater latino-americani che si recano un pomeriggio a Beverly Hills trovando pregiudizi, stravaganze e inevitabili complicazioni. Anche qui l’adolescenza esuberante, esplosiva a tratti indistruttibile (come sembra volerci mostrare tramite la sequenza interminabile di cadute tanto reali quanto dolorose dei giovani dai loro skate) è il tema preponderante e purtroppo anche la vittima designata di una società dove sembra esistere solo il sesso o lo scontro fisico e nulla fra le due.
Domina , in tutta la filmografia di Clark, la cruda realtà, il linguaggio spicciolo e volgare, la nudità e il sesso quasi sempre facile e alla portata di giovani e giovanissimi. Il regista non sembra interessato alla precisione delle inquadrature o alla nitidezza delle immagini portando avanti un taglio quasi sempre documentaristico che a volte segue i giovani protagonisti, altre volte ne diventa l’occhio; solo di rado Clark lascia le sue incorniciature esclusivamente per lo spettatore, quando gradualmente si allontana dall’esame ravvicinato delle situazioni spesso estreme e crudeli per lasciare a quest’ ultimo un attimo, un solo attimo, per dare un giudizio.

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