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15 gennaio 2011 1 commento

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Elogio di Paolo Ruffini, che non sa fare nulla ma fa tutto

12 giugno 2014 2 commenti

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Non sa fare il comico, non sa presentare, non sa recitare, non sa intrattenere, non è un deejay, non fa musica, non è un ragazzo immagine. Analisi di un personaggio televisivo di successo che suscita molte domande.

Togliamo subito ogni dubbio sulla natura di questo articolo: non voglio evidenziare prove su un’eventuale raccomandazione di Ruffini, né denigrare nessuno. Anzi, il contrario: questo è l’elogio di un personaggio televisivo completamente privo di qualità, ma che ce l’ha fatta da solo, spinto da una confusa iperattività creativa che il più delle volta ha portato a gaffe, film abominevoli, battute malriuscite e programmi televisivi di una bruttezza inverosimile, ma che non l’ha mai abbandonato e continua a vederlo produrre, interpretare, sbattersi e impegnarsi davvero nel suo campo.

Paolo Ruffini nasce a Livorno, nel 1978. Dopo un’adolescenza passata a fare la spola tra piccoli ambienti comici livornesi, un paio di pubblicità e un ruolo nel toscanissimo Ovosodo di Virzì, vince il concorso Cercasi Vj, su Mtv. Ricorderete quegli anni e lo spirito libertario di una televisione, Mtv appunto, che garantiva grande attenzione all’universo giovanile, e che proprio tramite simili iniziative si affidava alla vivacità di ragazzi poco più che ventenni per tenere alti i ritmi, riempire le piazze, portare trasmissioni addirittura in spiaggia, come il celebre On the beach, prima piccola consacrazione per un Ruffini appena 24enne. Kris & Kris, Marco Maccarini, Omar Fantini… insomma, non c’è bisogno di spiegare che il talento non fosse proprio indispensabile per programmi che come scopo principale avevano esattamente quello di porsi al medesimo livello dello spettatore, che spesso aveva l’occasione di partecipare, interagire, persino passeggiare a braccetto con i presentatori.

Nel 2005, in Rai, fa le cose più interessanti della sua carriera, partecipando prima a Bla Bla Bla come spalla comica di Lillo e Greg e poi come autore della celebre trasmissione cinematografica Stracult. Ma la sua crescita artistica, qualitativa, termina qui, dopo meno di un anno. Comincia in compenso un’escalation quantitativa che non incontrerà più ostacoli. Prende infatti parte a Natale a Miami, Natale a New York, Natale a Rio, Un’estate ai Caraibi e, pur con alcune parentesi televisive quali Scalo 76 e Comedy central, il suo ruolo comincia a diventare quello dell’uomo da cinepanettone, ovvero quello di chi, pur giostrandosi fra vari impegni, resta perennemente vincolato agli stereotipi da commedia degli equivoci. Intanto però Paolo fa tantissime cose, persino in teatro. La sua immagine sembra stare bene dappertutto; il suo “veracissimo” toscano gli regala una particina ne La prima cosa bella, di nuovo con Virzì. Attivissimo sui social, fa discutere più di una volta per appropriazione indebita di giochi di parole o fotomontaggi, che ruba dalle bacheche dei rispettivi autori per rivendicarli come propri.

In televisione il varietà comico diventa la sua casa, fino a portarlo alla prima serata di Italia 1 con Colorado, nel 2011, raro esempio di trasmissione umoristica in cui i presentatori e gli stessi comici non fanno mai ridere. Approda persino alla regia, con il discutibile Fuga di cervelli (nel senso che si potrebbe discutere la sua natura di film) e bisserà ad ottobre 2014 con Tutto molto bello. Attualmente lo si vede nella fascia pomeridiana di Italia 1 alla conduzione di Vecchi Bastardi e – storia recentissima – alla conduzione dei David di Donatello, dove fa discutere il suo atteggiamento un po’ alla buona.

Ingabbiato da un dialetto livornese che rende la sua comicità inefficace alle restanti latitudini, legato visceralmente a tormentoni e frasi ricorrenti che non provocano neanche più i risolini dei 13enni, Paolo Ruffini ha creato un universo demenziale. Un universo che, dopo una prima fase “simpatica” favorita più che altro dalla sua giovane età e dalle cornici televisive, ha finito per renderlo insopportabile ad una buona parte della platea, tanto da far spuntare addirittura una petizione su change.org: “50mila firme per il suicidio di Paolo Ruffini”. Un’esagerazione, d’accordo. Forse favorita da questa sua risposta alle recensioni negative di Fuga di cervelli, dove in sostanza sciorinava il ragionamento secondo cui tutti quelli che hanno criticato il film dovrebbero provare a farne uno, prima di parlare. Una replica un po’ immatura, d’accordo.

Tuttavia mi sento di difenderlo, per un semplice motivo: di biografie come questa se ne potrebbero pubblicare a migliaia; gente priva di qualità che da anni occupa palcoscenici televisivi, cinematografici, che conduce, dà giudizi morali, scrive persino libri. Tutte queste persone, però, sono accomunate da una fondamentale caratteristica: il tentativo di diventare versatili. Paolo Ruffini invece non cambia mai, non ci prova nemmeno. Lui porta in scena sempre lo stesso personaggio, che sia teatro, cinema, televisione o web. Lui è il toscanaccio zuzzurellone che “si diverte abbestia”; lo è davanti a un target di adolescenti alle 4 del pomeriggio o mentre consegna un premio a Marco Bellocchio.

Paolo Ruffini rappresenta le nostre più sfrenate fantasie adolescenziali, le più coriacee convinzioni giovanili che portavano a vederci grandi in ogni ambito. Poi siamo cresciuti, più o meno. Ma immaginate se ogni progetto, ogni pensiero, persino il più immaturo dei desideri si fosse realizzato, sempre. Se mai nessuno ci avesse detto che quello che facevamo era stupido, autoreferenziale. Dove saremmo arrivati? Ve lo dico io: a Paolo Ruffini. Che non ha colpe. Lui, saldo sulle sue posizioni, continua a replicarsi in ogni campo. Si impegna e riesce a fare milioni di cose: e già uno che riesce a farle – un milione di cose – è da elogiare. Se poi ci riesce a dispetto di una notevole mancanza di qualità, è ancora più ammirevole.

Marco Ciotola

 

Due parole sulla prima di Masterpiece

19 novembre 2013 Lascia un commento
Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi, la giuria di "Masterpiece.

Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi, la giuria di “Masterpiece”.

Spesso si sottolinea come l’Italia sia un paese di scrittori e non lettori. Teoria che sembra essere confermata da Masterpiece, primo talent show letterario che ha il compito di scovare un capolavoro nascosto della narrativa italiana, fra migliaia di autori sconosciuti con l’immancabile romanzo nel cassetto. Una delle prime idee prettamente italiane: format innovativo, grande attenzione dei media stranieri e perplessità di benpensanti. Ma era palese che prima o poi la televisione cogliesse l’occasione per occuparsi di uno degli ultimi settori rimasti inesplorati, come sottolineava ieri il fumettista Tito Faraci: “Anche la narrazione italiana ha bisogno di essere pop”. Fin qui tutto bene. Rivendicare la sacralità della scrittura (ma quale sacralità?), scandalizzarsi per la possibile banalizzazione delle nostre vette culturali o fare discorsi sull’arrivismo e simili, è quanto mai ingenuo e fuori luogo. È lecito dunque aspettarsi qualcosa di buono, stare piantati di fronte al televisore con la sensazione che al mero passatempo possa unirsi un interesse concreto.

La prima puntata di Masterpiece, tuttavia, mostra un’incongruenza enorme: della scrittura non frega nulla a nessuno. I tre giurati – il cattivo Andrea De Carlo, l’ironico Giancarlo De Cataldo e l’indecisa Tayie Selasi – leggono sì i manoscritti ma sembrano maggiormente interessati all’autore, la sua vita, i suoi tic. Risalgono alla genesi dell’opera e si confrontano con il caso umano di turno, perché di caso umano si tratta, sempre. Probabile conseguenza diretta o forse solo casualità, ma tutte le opere finora presentate sono autobiografiche, pienamente incentrate sull’autore e le sue sofferenze, il suo personalissimo vissuto. Con delucidazioni drammatiche che sfiorano spesso l’autoincensamento (dall’anoressica-bulimica che ce l’ha fatta da sola alla donna di fabbrica che vive un quotidiano inferno e ingoia amaro da 15 anni fino al galeotto che fa della consapevolezza la sua forza ma che scrive perché “ha visto il male”), il programma va avanti tra prove di scrittura incentrate sull’emotività e qualche altra banalità da talent ficcata nel mezzo un po’ a forza. C’è Massimo Coppola, editore Isbn Edizioni con il ruolo di coach degli aspiranti autori e la comparsa nel finale di Elisabetta Sgarbi, direttrice editoriale Bompiani, come suprema intenditrice dall’aria un po’ cattiva e un po’ schifata ma alla fine sin troppo tollerante nell’aiutare i giudici a premiare Lilith Di Rosa, 34enne che – dicono – è un incrocio tra Fante, Kerouac e Bukowski ma l’unico indizio che abbiamo per capirlo è un brevissimo frangente in cui il ragazzo legge qualche frase del suo romanzo, a dire il vero un tantino confusa, tra “piscio” e “squallore del genere umano”.

Dove sta la letteratura? Non c’è. Ci sono, almeno per ora, gli autori. Dove sta il capolavoro che, qualora si aggiudicasse il gradino più alto del podio, verrebbe stampato in 100.000 copie e distribuito dalla Bompiani? Non esiste. C’è solo qualche vaga impronta televisiva delle emozioni di chi scrive perché tormentato. Ma soprattutto, a che serve rinforzare lo stereotipo dello scrittore straziato dall’esistenza che scrive di sé quando sono i lettori (prima che gli stessi autori) a fare presente che narrare il proprio vissuto, mettersi in primo piano e da lì arrivare al senso profondo delle cose, è uno dei modi peggiori per approcciarsi alla narrativa? E non per una regoletta aurea o un dogma, ma più semplicemente perché, nella quasi totalità dei casi, non frega nulla a nessuno della tua vita e dei tuoi turbamenti. In ultima analisi, per tornare all’adagio iniziale, l’impressione è che anche qui, invece di leggere e lavorare sul fronte letterario incentrando le puntate proprio su quei “masterpieces” che danno anche il titolo al programma, si sia scritto l’ennesimo polpettone viscerale che punta a coinvolgere con le lacrime e si dimentica da cosa era partito, dalle parole. Che se non emozionano manco più quelle.

di Marco Ciotola

La gioventù confusa della Coppola

3 ottobre 2013 Lascia un commento
Una sobria Emma Watson nell’unico fotogramma che vale il prezzo del biglietto.

Una sobria Emma Watson nell’unico fotogramma che vale il prezzo del biglietto.

Nelle sale The Bling Ring, storia vera del gruppo di giovani che fra il 2008 e il 2009 svaligiò le case dei vip

Una sceneggiatura poverissima a supporto di un prodotto che non chiarisce mai la sua vera entità. Con un solo sintetico commento si potrebbero analizzare gli ultimi due lavori della Coppola: l’ingiustamente premiato Somewhere e l’ultimo The Bling Ring. La figlia di uno dei più importanti cineasti della storia ha mostrato sin dagli esordi di sapersi muovere con sapiente leggerezza trattando temi non banali e regalandoci pellicole visivamente interessanti quali Il giardino delle vergini suicide, Marie Antoinette e Lost in translation.  Ma se il dominio di colori, la piacevole modernizzazione della storia o la capacità di fare un film esclusivamente su uno stato d’animo, avevano sorpreso per originalità e competenze mostrate, negli ultimi lavori appare palese quella volontà di arrivare ad una conclusione senza tuttavia lavorare alle fondamenta del racconto, dialoghi, avvenimenti, ciò che succede per capirci; e se con Somewhere in un certo senso dava libero sfogo alla sua fantasia descrivendo una fase della vita con interpretazione ultrapersonalistica,  la delusione è doppia in The Bling Ring che è tratto da una storia vera (e che storia!) rafforzata anche dal lungo e dettagliato articolo di  Nancy Jo Sales uscito su Vanity Fair nel marzo del 2010 (“The Suspects Wore Louboutins”) e già di per sé utile a dare avvio ad una sceneggiatura a quel punto solo da ritoccare.

La «Bling Ring» (un po’ forzatamente traducibile in “La banda dei ninnoli”) comprendeva sei ragazze della Los Angeles bene e un loro amico, coinvolti in poco più di un anno nel furto di gioielli, scarpe e svariati oggetti di valore nelle residenze di vip come Paris Hilton, Megan Fox, Lindsay Lohan e Orlando Bloom. Il valore complessivo dei beni trafugati fu stimato in più di tre milioni di dollari. Da qui partiva l’articolo di Sales, un focus su ore ed ore di interviste, approfondimenti e video, con le sporadiche voci dei protagonisti (tutti puniti con pene modeste), massima rappresentazione di una generazione ultraricca che va oltre il valore dei soldi e vuole  infilarsi sotto la pelle delle star, vivere come loro e accanto a loro. Bastava poco in fondo per tirare fuori una sceneggiatura che delineasse una storia convincente, inquadrasse la questione dal giusto punto di vista. Ma la Coppola – in parte nascosta dietro la scusa della vacuità che i ragazzi dovrebbero testimoniare – si appoggia totalmente all’articolo di Sales, finendo per tirarne fuori un prodotto semi-documentaristico che tuttavia indugia spesso su una blanda emotività dei personaggi, costruiti poco e male con la pretesa che per ognuno di loro sia una brevissima sequenza a parlare (vedi la coreografia ambigua davanti alla webcam di Marc o il ballo sfrenato di Nicki in discoteca).

Gli stessi dialoghi sono poverissimi, lontani dal realismo e molto più vicini alla scarsa fantasia. La volontà di ritrarre la generazione social network si perde troppo spesso in una favoletta priva di intoppi, volta in qualche modo a sottolineare il vuoto intellettuale ed emotivo di adolescenti sovrastati da cattivi esempi, che in alcune parti strizza l’occhio ad un altro tipo di gioventù dipinta da Larry Clark in quel capolavoro che era Bully, azzerando però i riferimenti al sesso ma accentuando gli ammiccamenti e le estensioni del corpo (esemplare il frenetico cambio d’abiti di una Emma Watson decisamente sotto le righe), quasi a specificare che ogni oggetto da loro toccato vada in quella direzione.

Pure l’eccellente fotografia (firmata Harry Savides) e la potenza visiva di alcune immagini finisce per perdersi in un uso insistito dei rallenty, a tratti pregni di una comicità involontaria causata non tanto dai protagonisti, piuttosto dal loro continuo girare a vuoto fra caratteristiche troppo vaghe e stereotipate per assumere una vera indole, la definizione di un personaggio che susciti qualcosa. E questo ci porta alla questione fondamentale: gli attori. Tralasciando Emma Watson di cui s’è già detto (ti aspetti che da un momento all’altro pronunci un “Expelliamus” e corra da Rupert Grint), tutti gli altri interpreti sono talmente poco approfonditi che risulta inadeguato ogni loro atteggiamento, ogni gesto o considerazione. L’unico che sembra rendersi conto degli errori commessi è Marc (“È evidente che l’America abbia un’attrazione malata per queste cose alla Bonnie e Clyde”), paradossalmente il più fragile, il più malleabile, mentre gli altri sono solo macchiette in un universo giovanile tutto uguale, senza eccezione neppure per quella che fu considerata la mente di ogni operazione, Rebecca (Katie Chang), adolescente impersonale che la Coppola prova a descrivere nella sua totalità tramite il rallenty durante il furto del tanto agognato Chanel numero 5.

Azzeccate le musiche, con il tocco finale di Frank Ocean e la sua “Super Rich Kids” (with Nothing but Fake Friends), scrupolosamente studiate le ambientazioni e i colori, tutto si trova però a fare i conti con una cornice imprecisa, in bilico fra dramma, documentario e racconto asettico, che tuttavia non riesce granché in nessuno dei tre generi perché non emoziona, non evidenzia dati con la perizia del giornalista né si sforza di dare una continuità narrativa alla storia.

di Marco Ciotola

Dal prediciottesimo alla condivisione spasmodica online: come ti teatralizzo l’esistenza

4 maggio 2013 1 commento

Il copione è sempre identico: paesaggi bucolici in cui il pre-adulto o la pre-adulta di turno mostrano pose riflessive e profonde, poi di colpo un panorama metropolitano, la comparsa di una macchina di lusso che ispira movenze disinvolte mentre la musica in sottofondo si fa più scattante; e si arriva all’immancabile spiaggia che giustifichi il “déshabiller” e le movenze da backstage del calendario di Max per chiudere, di solito, con qualche abilità da mettere in mostra: chi danza, chi palleggia, chi fa semplicemente qualche flessione.

Si parla dei cosiddetti prediciottesimi, video commissionati a studi fotografici in occasione del raggiungimento della maggiore età, che vengono poi proiettati durante la festa per mostrare agli invitati come in fondo conoscano molto poco del loro amico o amica. Si va dai 600 ai 2000 euro di costo, ovviamente a carico dei genitori, spesso fieri di donare ai loro pargoli un videoclip di 20 minuti o meno in cui possano vedersi finalmente “uomini” o “donne”, se essere uomini o donne oggi significhi trovare una scusa per spogliarsi di fronte a panorami geograficamente notevoli.

La tendenza a cercare di apparire ciò che non si è nella realtà, è forse anche normale in un’età simile, ma raggiunge l’acme nei videoclip in oggetto, postati, condivisi, commentati e condotti ad un grado di celebrità che supera i trailer dei film in uscita. Siamo chiari: storicamente non si è mai smesso di sognare, di vedersi calciatori, modelli, piloti o astronauti, ma prima dell’era della condivisione, dell’approvazione virtuale e della teatralizzazione globale dell’esistenza era più facile che quelle fantasticherie – magari pure innocenti, perché no – svanissero per andare incontro a qualche ostacolo che imponesse un inevitabile disincanto. Ora sembra che tutto sia giustificato e giustificabile, lecito e pure dovuto. Perché se ai sogni in fondo non puoi far altro che contrapporre le mazzate fra capo e collo che ti dà un datore di lavoro, un nonno che ne ha viste tante o anche un amico un po’ più maturo di te, la trasformazione di quelle fantasie in qualcosa che, per quanto patetico e idealmente confuso, diventa concreto, rende tutto più difficile.

E allora calcando il tanto vituperato stereotipo del “si stava meglio quando si stava peggio” viene da chiedersi se non siano più sani i passaggi all’età adulta così come li interpretavano gli indiani d’America: una settimana in mezzo ad un bosco senza cibo né acqua e poi vediamo che idee ti fai della vita. Viene da pensare a quella vigorosa risposta del regista Ken Loach agli sfarzi americani che coronavano il compimento dei sedici anni; Sweet Sixteen si chiamava appunto la pellicola, e ritraeva le peripezie di un adolescente con la mamma in carcere che campava d’espedienti e microcriminalità fino ad un omicidio che cambiava tutto e che, proprio nel giorno del suo sedicesimo compleanno, lo poneva di fronte ad una maturazione che poco aveva a che fare con le camicie sbottonate, le macchine di lusso e gli occhiali da sole a specchio.

È il paradosso dei nostri tempi: non occorre più fare le cose, sbatterci la testa contro. Non si esprime più se stessi con una chiacchierata, un lavoro, la manifestazione verbale e fisica di un pensiero che ci identifichi. Basta un videoclip che ci dipinga fighi o almeno più che accettabili socialmente, tre o quattro frasi su un social network che evidenzino cosa ho fatto e perché. Ed ecco che su Facebook nasce la PFDM (performance sessuale di merda) dove si spiattella per filo e per segno (e con una grammatica abominevole) le proprie avventure sessuali che – si presuppone – debbano essere esilaranti, catastrofiche, concludersi con qualcosa di veramente singolare; ma così non è perché in realtà quello che più preme è evidenziare la propria esistenza, la propria storia, sbraitare pubblicamente: “Ehi ragazzi, faccio sesso anche io!”. E quindi le cosiddette pagine “Spotted”, dove ci si insulta gratuitamente, si cercano timidi approcci del tipo “C’hai due bocce da paura, che ne dici se si va a prendere un caffè insieme?” o si rivendicano azioni mai compiute nella realtà ma che importa, il fatto stesso di scriverle e vedersele pubblicate sul web, gli conferisce qualcosa in più che un alone di verità, una vera e propria unicità, la creazione di un oggetto socialmente approvato che sta lì e rimane lì, posso rileggerlo e trarne godimento quanto mi pare.

Per ricadere nuovamente nella banalità citazionistica, forse qualcuno di voi ricorderà ancora il Mark Renton di Trainspotting che nel bel mezzo del caos di una discoteca londinese degli anni novanta notava come l’esibizionismo stesse cambiando il mondo, “Fra mille anni non ci saranno più né maschi né femmine ma solo segaioli” pensava il tossico irlandese. E non si può credere che sia un’esasperazione perché oggi l’importante non è più fare, ma semplicemente dire di aver fatto e premurarsi – cosa più importante – di conferirgli un’etichetta. Tutto ciò che un tempo riferivi agli amici solo se t’andava, ora lo condividi, perché un mi piace dà mille volte più soddisfazione di una risata o una pacca sulla spalla. Una sorta di masturbazione senza fine dunque, che non costituirebbe nemmeno un gran problema in sé  – la masturbazione intendo – il fatto è che ci accontentiamo di quella. Ci basta e ci avanza.

Marco Ciotola

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Magnifica presenza, i soliti fantasmi a Roma

12 agosto 2012 Lascia un commento

Tutti i temi cari ad Ozpetek, dall’omosessualità alla guerra fino alla fugacità della giovinezza, si intrecciano in Magnifica presenza ultima fatica del regista turco-italiano che segue le vicende di Pietro, pasticciere gay col pallino del successo cinematografico. Ad un prezzo stranamente ridotto Pietro trova una grande casa in centro a Roma e vi si trasferisce rendendosi ben presto consapevole della presenza di una compagnia teatrale di fantasmi che popola il suo salotto.

Ad una prima occhiata la trama, talmente strana da apparire impraticabile registicamente, fa storcere il naso, ma è soprattutto nelle sequenze iniziali del film che Ozpetek dà prova di muoversi con discreta disinvoltura in un territorio, quello della commedia, che non gli è quasi mai appartenuto. Grazie anche alla genuina naturalezza di Elio Germano la prima parte risulta scorrevole e non risparmia qualche risata di gusto. Dopo svariati dialoghi con gli attori-fantasmi Pietro scopre il mistero che circonda la compagnia teatrale Apollonio, scomparsa misteriosamente nel 1943, in un intreccio di storie personali e trama generale che culminano in un finale dove, tutto sommato, i conti tornano e si riescono a perdonare ad Ozpetek anche tutte quelle esasperazioni sceniche come il Platinette-Marlon Brando a capo di un gruppo di transessuali che confezionano cappelli in un sottoscala con atmosfera cupa e ambigua (un richiamo al colonnello Kurtz di Apocalipse Now?).

 Ancora una volta però l’insistenza sui temi e le strutture caratteriali care ad Ozpetek, pur se effettivamente funzionale alla trama, finisce per risultare stucchevole, quasi un forzato spostamento della storia su questioni e prototipi già studiati e sviscerati, in cui quindi muoversi più agevolmente. La scoperta della vera identità dell’uomo, come la scoperta di un preciso responsabile nella felicità e infelicità altrui sembra essere il vero filo conduttore nella pellicola, un viaggio nell’identità delle persone, effettuato però anche qui con strumenti preconfezionati.

Un po’ La finestra di fronte per il parallelo storico con la seconda guerra mondiale, un po’ Le fate ignoranti e Mine vaganti per i temi dell’omosessualità e la scoperta della propria natura, a tratti anche Cuore Sacro per il cambiamento viscerale dei suoi protagonisti, l’autore turco-italiano sembra peccare di ripetitività ed anche laddove provi ad osare, ricalca una struttura narrativa che, di fatto, porta ad una conclusione che pare non tramutare mai, è sempre uguale.

Una visione nel complesso piacevole, contornata da ottime prove attoriali, da Germano passando per la Buy e Beppe Fiorello, fino alla novantenne Anna Proclemer (Livia Morosini),  abile nel suggerire, nella sequenza finale, il rifiuto della caducità delle cose.

Un milanese incontra un napoletano.

21 marzo 2012 1 commento

Uè terùn, te se propri un pirla! Avec ul coo d’una gajna, ciaparàtt! Ma basta con ‘sta Camorra! Eh che io sto qui a laurà per ti! Ma va a ciapal in del lisca!”

“Cumpagn mio, invece e’ pensà a me e a’ cazzi miei, forse è mo’ ca’ riflett nu’ poco e’ cchiu’ a’ cazzi tuoi, ca’ ultimamènt a Milano si vedono cchiu’ ladri ca’ allenator dell’Intèr.”

Parole a caso

24 novembre 2011 2 commenti

Ho sempre trovato un’insolita somiglianza fra l’odore dell’erba tagliata da qualche giorno e quello della cacca di mucca. Effettivamente ho ragionato sulle possibili spiegazioni solo all’età di 30 anni. “Le mucche mangiano l’erba”, questo è stato il pensiero. Diretto, semplice, brutale. Nell’istante stesso in cui ci ho riflettuto la questione ha smesso di avere quel fascino particolare delle piccole cose che credi di notare solo tu e che comunque non diresti mai a nessuno.  Stagnato in un noioso lavoro d’ufficio da più di vent’anni, ho sempre creduto nel valore delle sensazioni originali, dei primi impatti. Gli approfondimenti mi danno noia. A maggior ragione se si parla di merda. D’altronde forse è solo senza fare particolari inferenze che si può sposare una moglie come la mia. Giada è l’emblema dell’irrazionalità, dell’istinto, delle azioni sconsiderate, come quando a 20 anni mi baciò in ascensore. Ci conoscevamo appena e il suo gesto ruppe il ghiaccio con i tempi giusti. Però aveva schiacciato il tasto sbagliato e così invece di uscire di scena lasciandomi solo in uno dei momenti più belli della vita di un uomo (formulare nella propria testa cosa si racconterà agli amici al bar) rientrò e scese dal nono al terzo piano in uno dei minuti più imbarazzanti della sua e della mia vita. Piccole avvisaglie, forse. Ma l’ho amata, per quel che ho potuto. Il caso ha voluto che la cogliessi sul fatto circa un anno fa. “Non è come pensi”. No, infatti, è pure peggio. Troia. Che poi Aldo, il tizio, era effettivamente un bell’uomo. Ho avuto modo di vederlo senza pantaloni, quindi parlo con cognizione di causa. Ma credo che certe cose sia meglio non saperle. Passi che mi tradisci, ma non voglio vedere con chi. Tantomeno come. Forse è questo che mi ha sempre bloccato, non risalgo mai alle origini, non mi interessa e per dirla tutta trovo le cose già abbastanza complicate per come mi si presentano agli occhi. “Una cosa per volta” come dissi alle perplesse maschere dei miei professori di liceo in sede d’esame. Ma non fu quello il momento esatto in cui mi resi conto di non essere tipo da grandi ragionamenti, risposte importanti, scabrosi retroscena. Avevo forse 10 o 11 anni, in ginocchio sul pavimento costruivo una casetta di carta con l’aiuto si scoc e colla. Sopra di me un cronista in affanno, con voce rotta dall’emozione parlava del rapimento di un uomo, uno importante, e dell’uccisione degli uomini della sua scorta. Tesi un orecchio in favore di quella inconsueta edizione del tiggì, cercai di capire ma misi la colla dal lato sbagliato. “Non ci credo” sussurrai col pezzetto di carta in mano e le immagini di un’auto crivellata di colpi davanti. Mi alzai di scatto e spensi la tv. La miglior casetta di carta mai costruita da arti terrestri, c’era persino l’antenna parabolica. Piccole avvisaglie.

Che così si viva meglio non lo credo. Ho sofferto parecchio quando ho abbandonato l’università, totalmente disinteressato agli approfondimenti accademici e alla loro ricorrenza tanto frequente. Ho sofferto parecchio quando ho capito che i miei amici partivano alla ricerca di qualcosa di diverso e quando mia moglie quel qualcosa di diverso l’ha trovato. Ma credo che non si debba andare contro la propria natura. Alcune persone sono fatte per evolversi, vivere dappertutto. Altre per tenersi la testa vuota, agire nel raggio di una decina di chilometri e pensare a cosa fa di bello in tv. Io mi cullo nella familiarità, nella consuetudine, nell’ignoranza. Ho 44 anni e godo sempre delle stesse piccole cose. Non c’è da vergognarsi, basta accettarlo.

“Antò, lo sai che c’è una spiegazione scientifica al verso dell’elefante?” domanda il mio collega Loris dalla sua postazione internet con faccia divertita.

“E tienitela per te” rispondo. Ma poi dico io, se l’elefante fa quel verso, saranno pure cazzi suoi.

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